Il punto che vale una storia

Londra, 10 maggio 2031.
Serviva un punto. Ne abbiamo presi tre.

E forse è proprio questo il modo più bello per chiudere una cavalcata come questa.

Il West Ham aveva tutto per rendere complicata la nostra serata. Motivazioni enormi: battere la capolista, conquistare punti pesanti nella corsa all’Europa League e regalare ai propri tifosi una vittoria nell’ultima gara casalinga della stagione. Noi arrivavamo invece a Londra con un solo punto da conquistare per mettere le mani sul titolo e con una squadra che, dopo una stagione interminabile, aveva ormai le batterie al limite.

La partita conferma subito le premesse.

Il West Ham parte forte e al 24′ passa con Matheus Cunha. Non è una sorpresa: ci aspettavamo una gara intensa, fisica, giocata ad alta velocità. La risposta però è immediata. Al 30′ Ouattara rimette la partita in equilibrio, e la squadra continua a giocare senza farsi condizionare dal momento.

Sei minuti più tardi il West Ham torna avanti con Kroupi.

È una di quelle partite nelle quali ogni episodio sembra poter cambiare definitivamente l’inerzia. Eppure la nostra squadra non perde la testa.

Anzi, continua a giocare.

I numeri raccontano molto bene quello che succede: 68% di possesso per Sheffield, 15 tiri, 11 nello specchio, 92% di passaggi completati. Nonostante la stanchezza, non ci limitiamo a sopravvivere alla partita. Continuiamo a cercare il pallone, a muoverlo, a costruire.

E al 52′ arriva il momento che cambia nuovamente la storia della partita: Tedesco firma il gol che ci rimette davanti, servito da Tierney.

Da lì in poi la gara diventa soprattutto una questione di testa, gambe e gestione delle energie. Il West Ham prova a reagire, ma Sheffield non smette di giocare. La squadra continua a tenere il pallone, ad attaccare gli spazi e soprattutto a non concedere alla partita di trasformarsi in un assedio.

Alla fine arriva il triplice fischio.

West Ham 2-3 Sheffield.

Tre punti.

E soprattutto, il titolo.

Campioni d’Inghilterra

Un punto ci separava dalla gloria. Ne abbiamo conquistati tre.

È difficile trovare le parole giuste per descrivere quello che questa squadra ha fatto. Non è soltanto una vittoria in campionato. È il risultato di un percorso costruito giorno dopo giorno, attraverso idee, soluzioni, correzioni, lavoro e una ricerca continua del miglioramento.

Una stagione nella quale non è stato lasciato nulla al caso.

Una squadra giovanissima, costruita senza la necessità di andare a cercare campioni già affermati, è arrivata sul tetto del calcio inglese.

E lo ha fatto giocando a calcio.

I numeri della partita di Londra sono quasi una fotografia perfetta della filosofia che ci ha accompagnato per tutta la stagione: 68% di possesso, 746 passaggi completati su 808, 11 tiri nello specchio e un OPPDA di appena 20,12. Nonostante la stanchezza, Sheffield ha continuato a voler controllare la partita attraverso il pallone.

È questa, forse, la soddisfazione più grande.

«Adesso godiamoci questo momento»

Al termine della partita, al mister viene chiesto immediatamente come verrà preparata la prossima stagione e soprattutto la nuova avventura in Champions League.

La risposta, però, è quasi un invito a fermarsi per un momento.

Prima di pensare al futuro bisogna godersi il presente.

«Adesso recuperiamo. Abbiamo ancora una partita di campionato, il derby davanti ai nostri tifosi, e poi abbiamo una finale di FA Cup da giocare. Abbiamo fatto un percorso straordinario e adesso dobbiamo fare l’ultimo sforzo».

Poi arriva inevitabile la domanda sul mercato.

Serviranno rinforzi per affrontare la Champions?

Il mister sorride, quasi come se la domanda non fosse quella giusta.

Questa società non è nata per inseguire nomi.

È arrivata fino a qui con ragazzi di vent’anni, giocatori che non erano campioni affermati quando hanno iniziato questo percorso. La forza del progetto è stata proprio quella: costruire giocatori, costruire idee, costruire una squadra.

E oggi quella squadra è campione d’Inghilterra.

«Qui non si firma per i soldi»

Infine, la domanda sul contratto.

Il mister ricorda la prima firma, quando la situazione era completamente diversa, quando quasi sembrava essere lui a dover pagare per poter allenare.

Oggi la società ha raggiunto una solidità finanziaria completamente diversa.

Ed è anche questa una delle soddisfazioni più grandi di questo viaggio.

Ma il nuovo contratto può aspettare.

«Qui non si firma per i soldi. È la passione che ti paga. È la voglia di mettere contenuti, di migliorare, di trovare soluzioni ogni giorno. È quello che ti fa muovere. E quando queste cose vengono meno, non c’è firma e non c’è contratto che tenga».

Per questo, quando gli chiedono se parlerà del futuro, la risposta è semplice:

«Ne parleremo dopo la finale di FA Cup».

Prima c’è ancora un derby.

Poi c’è Wembley.

E davanti a Sheffield c’è la possibilità di chiudere un’avventura durata anni nel modo più incredibile possibile:

Premier League conquistata. Champions League conquistata. FA Cup ancora da giocare.

Il campionato è nostro.

Ma la storia non è ancora finita.

Lascia un commento