Nel calcio moderno esistono due modi di preparare una partita.
Il primo è scegliere la propria tattica e riproporla ogni domenica, indipendentemente dall’avversario.
Il secondo è partire dalla propria identità, studiare chi si avrà di fronte e costruire un piano gara capace di valorizzare i propri punti di forza e colpire le debolezze avversarie.
La differenza tra una squadra che gioca e una squadra che compete spesso sta tutta qui.
In Football Manager, come nel calcio reale, la preparazione della partita non inizia al fischio d’inizio. Comincia giorni prima, davanti ai report degli osservatori e degli analisti delle performance.
Da dove si parte?
La prima domanda non è: “Come voglio giocare?”
La prima domanda è: “Come gioca l’avversario?”
Ogni analisi dovrebbe cercare di rispondere a quattro aspetti fondamentali:
- Come costruisce l’azione.
- Come crea occasioni da gol.
- Come difende.
- Dove concede occasioni agli avversari.
Sono queste informazioni che trasformano un semplice schieramento in un vero piano gara.
Analizzare l’avversario
Molti allenatori cercano immediatamente le debolezze dell’avversario.
È un errore.
Le debolezze si possono sfruttare solo se prima si comprendono i punti di forza.
Prendiamo come esempio una squadra che produce numerosi assist attraverso passaggi filtranti e attacca continuamente la profondità.
La tentazione potrebbe essere quella di alzare ulteriormente il pressing per impedirle di giocare.
Ma i dati raccontano un’altra storia.
Se quella squadra vive di attacchi nello spazio, il primo obiettivo deve diventare la protezione della profondità.
Il piano gara nasce quindi dalla domanda:
“Come posso togliere all’avversario ciò che fa meglio?”
Liverpool, schieramento, punti di forza e debolezze
Prima di costruire qualsiasi piano gara, il primo compito dell’analista è comprendere chi abbiamo di fronte.

Il Liverpool di Luis Enrique si presenta prevalentemente con un 4-3-3 largo in fase di possesso, utilizzato nel 73% delle occasioni osservate. Una struttura offensiva molto aggressiva che ha prodotto 32 occasioni chiare da gol, con una media di una ogni 43 minuti.


La squadra ricerca costantemente ampiezza e profondità. Gli esterni rimangono larghi per allargare la linea difensiva avversaria, mentre gli inserimenti centrali e i movimenti dell’attaccante creano continui corridoi per i passaggi filtranti. Non è un caso che il report degli analisti evidenzi come gran parte degli assist arrivi proprio da imbucate centrali alle spalle della difesa.
I numeri confermano la pericolosità offensiva dei Reds:
- 44,9 tiri ogni 90 minuti;
- 9,10% di precisione nei passaggi chiave;
- xG costantemente superiore alla media del campionato;
- elevata produzione offensiva da parte dei centrocampisti creativi.
Quando perde il possesso, invece, il Liverpool si trasforma in un 4-3-3 molto aggressivo, con una pressione alta e orientata all’uomo. L’obiettivo è recuperare rapidamente il pallone nella metà campo avversaria e costringere gli avversari all’errore.
Proprio qui emergono però le prime vulnerabilità.

L’aggressività della pressione lascia spesso spazio alle spalle della prima linea di pressing. Se il primo blocco viene superato, la squadra concede metri importanti da attaccare in transizione. Inoltre, il report degli analisti evidenzia come numerosi gol subiti nascano da:
- passaggi filtranti centrali;
- attacchi della profondità;
- situazioni da palla inattiva;
- cali di rendimento negli ultimi minuti dei tempi di gioco.
Da questa lettura nasce il piano gara dello Sheffield.
- Se il Liverpool vuole correre nello spazio alle spalle della nostra difesa, dobbiamo proteggerlo.
- Se il Liverpool vuole recuperarci palla alto, dobbiamo superare la prima pressione rapidamente.
- Se il Liverpool soffre le imbucate centrali, dobbiamo mettere i nostri centrocampisti nelle condizioni di cercarle.
- E se il Liverpool tende ad abbassare l’intensità nei minuti finali del primo tempo, dobbiamo essere pronti ad aumentare la pressione emotiva proprio in quel momento.
È qui che termina l’analisi e inizia il lavoro dell’allenatore.
Trasformare i dati in decisioni
Una buona analisi non serve a nulla se non viene tradotta in decisioni operative.
Dopo aver studiato il Liverpool, il nostro staff si è posto una domanda molto semplice:
Come possiamo limitare i loro punti di forza e contemporaneamente attaccare le loro debolezze senza snaturare la nostra identità di gioco?
La risposta è arrivata attraverso una serie di piccoli accorgimenti che, sommati, hanno costruito il piano gara della semifinale.
Proteggere la profondità
La prima evidenza emersa dal report riguardava la velocità degli attaccanti del Liverpool e l’elevato numero di occasioni create attraverso passaggi filtranti.

Molte squadre reagirebbero abbassando la linea difensiva.
Noi abbiamo scelto una strada diversa.
La nostra struttura difensiva è rimasta alta, ma abbiamo chiesto alla linea di stare più bassa rispetto al comportamento abituale, aumentando l’attenzione alla copertura degli spazi alle spalle dei difensori.
Può sembrare una contraddizione, ma non lo è.
Abbassare completamente il blocco contro una squadra come il Liverpool avrebbe significato concedere metri, territorio e soprattutto permettere agli avversari di installarsi stabilmente nella nostra metà campo.
Mantenendo invece una linea relativamente alta, abbiamo continuato a difendere in avanti, evitando di essere schiacciati a ridosso dell’area di rigore. La richiesta di “stare più bassi” non era quindi finalizzata ad arretrare il blocco, ma a migliorare le coperture preventive e l’attenzione alle corse in profondità.

L’obiettivo era duplice:
- togliere spazio agli inserimenti alle spalle della difesa;
- evitare di trascorrere la partita a difendere negli ultimi trenta metri.
In altre parole, volevamo proteggere la profondità senza rinunciare al controllo del territorio.
Una scelta che avrebbe avuto un impatto evidente sull’intera partita, limitando fortemente una delle principali fonti offensive del Liverpool.
Superare il pressing invece di combatterlo
Il secondo elemento individuato dagli analisti era il pressing.
Il Liverpool di Luis Enrique recupera molte delle proprie occasioni offensive attraverso riconquiste alte e immediate.
Entrare in una guerra di pressing contro una squadra costruita per vincerla sarebbe stato un errore.
La scelta è stata quindi opposta.
Abbiamo deciso di:
- evitare il pressing iniziale;
- cercare rapidamente la trequarti;
- utilizzare passaggi progressivi per superare il primo blocco di pressione.

L’idea non era mantenere il possesso.
L’idea era arrivare dove il Liverpool è più vulnerabile.
Attaccare la loro principale debolezza
Il report evidenziava una vulnerabilità ricorrente.

Molti dei gol subiti dal Liverpool nascevano da passaggi filtranti centrali.
Per questo motivo abbiamo modificato il comportamento dei nostri centrocampisti.
A Ender ed El Hacen è stato chiesto di: correre più rischi.

Non una richiesta casuale.
Una richiesta funzionale a cercare con maggiore frequenza il passaggio che rompe la linea.
Davanti a loro, Wevers e Berkan avevano il compito di occupare i mezzi spazi, mentre Tedesco lavorava costantemente sull’ultima linea difensiva.
L’obiettivo era creare continuamente dubbi ai centrali del Liverpool.
Il primo palo sui calci piazzati
L’analisi degli avversari non si è limitata alla fase di gioco. Uno degli aspetti evidenziati dal nostro reparto analisi riguardava la vulnerabilità del Liverpool nella difesa dei calci d’angolo, in particolare nella protezione del primo palo.
Per questo motivo abbiamo preparato uno schema specifico che non aveva come obiettivo semplicemente quello di riempire l’area, ma di manipolare il comportamento difensivo avversario.
L’idea era portare il maggior numero possibile di uomini sul secondo palo. Tre dei nostri migliori colpitori e uomini d’area venivano infatti indirizzati verso quella zona, costringendo il Liverpool a concentrare uomini e marcature. Più densità sul secondo palo significava inevitabilmente meno attenzione sul lato opposto.
Ed è proprio lì che volevamo colpire.
Il nostro miglior saltatore veniva lasciato attaccare il primo palo, una zona che le analisi statistiche indicavano come già problematica per i Reds. In pratica abbiamo cercato di amplificare una debolezza esistente: attirare la loro struttura difensiva dove si sentivano più minacciati per liberare lo spazio che difendevano peggio.

Non si trattava quindi di uno schema costruito per creare superiorità numerica, ma di un principio tattico più profondo: utilizzare il movimento dei nostri uomini per spostare gli avversari e aprire il corridoio che volevamo attaccare.
In Football Manager, come nel calcio reale, i calci piazzati non sono soltanto una questione di centimetri e colpi di testa. Sono una partita a scacchi giocata dentro l’area di rigore, dove spesso il gol nasce molto prima che il pallone venga calciato.
Portare la palla in area
L’ultima scelta riguarda un principio che accompagna da tempo lo Sheffield.
Una volta superata la prima pressione del Liverpool, non volevamo forzare conclusioni da lontano.
Abbiamo chiesto alla squadra di: portare la palla in area.

Significava avere pazienza.
Significava aspettare il movimento corretto.
Significava sfruttare i tempi di inserimento e i corridoi creati dai movimenti offensivi.
Una scelta che avrebbe trovato conferma proprio nell’azione che ha sbloccato la partita.
Il fattore tempo

L’ultimo dato evidenziato dagli analisti riguardava un aspetto meno tattico e più strategico.
Il Liverpool mostrava una tendenza a concedere qualcosa in più negli ultimi minuti del primo tempo.
Per questo motivo, intorno al 30° minuto, senza modificare alcuna istruzione tattica, dalla panchina è arrivato un messaggio preciso:
incoraggiare la squadra e chiedere qualcosa in più.
Non era il momento di cambiare il piano.
Era il momento di aumentare l’intensità con cui lo stavamo eseguendo.
Undici minuti più tardi sarebbe arrivato il gol di Wevers.
Non per caso.
Ma come conseguenza diretta di ciò che era stato preparato nei giorni precedenti.
Primo Tempo: i dati confermano il piano gara

Quando un piano gara funziona, spesso non lo si vede immediatamente dal risultato.
Lo si vede nei dettagli.
Nei movimenti che l’avversario non riesce a fare.
Negli spazi che non riesce a trovare.
Nelle situazioni che aveva costruito durante tutta la stagione e che improvvisamente spariscono.
I primi quarantacinque minuti della semifinale contro il Liverpool raccontano esattamente questo.
Il Liverpool ha il pallone. Lo Sheffield controlla la partita.
Alla fine del primo tempo il tabellino racconta un Liverpool in pieno controllo del possesso:
- Possesso palla: 67% Liverpool – 33% Sheffield
- Passaggi completati: 395 contro 192
- Passaggi progressivi: 33 contro 12
Numeri che potrebbero suggerire una partita a senso unico.
La realtà è molto diversa.
Perché il possesso non sempre coincide con il controllo.
Il Liverpool muove il pallone, ma fatica enormemente a trasformare quel possesso in occasioni realmente pericolose.
Lo Sheffield, invece, accetta volontariamente di difendere senza palla, mantenendo compattezza e organizzazione.
L’OPPDA racconta la strategia
Il dato più interessante del primo tempo è probabilmente l’OPPDA.
Liverpool: 15,09
Sheffield: 119,33
Una differenza enorme.
Tradotto in termini pratici significa che il Liverpool cerca continuamente di recuperare palla attraverso una pressione aggressiva e costante.
Lo Sheffield, invece, sceglie deliberatamente di non andare a caccia del pallone.
L’obiettivo non è recuperarlo immediatamente.
L’obiettivo è controllare gli spazi.
È una scelta coerente con quanto emerso dall’analisi pre-partita.
Pressare alto il Liverpool avrebbe significato concedere alle sue qualità tecniche gli spazi necessari per attaccare la profondità.
Difendere in blocco, invece, permette di indirizzare il possesso avversario verso zone meno pericolose.
La profondità negata
La principale minaccia individuata dagli analisti erano i passaggi filtranti.
Per questo motivo la linea difensiva dello Sheffield ha lavorato in maniera diversa rispetto al solito.
Abbastanza alta da non farsi schiacciare.
Abbastanza prudente da proteggere lo spazio alle proprie spalle.
Il risultato è evidente.
Dopo quarantacinque minuti il Liverpool produce:
- 8 tiri
- 3 tiri in porta
- 0,92 xG
- 1 sola chiara occasione da gol
Numeri decisamente inferiori rispetto agli standard offensivi mostrati durante la stagione.
Il possesso c’è.
Le occasioni vere molto meno.


Vincere senza il pallone
Un altro dato estremamente interessante riguarda i duelli.
Lo Sheffield vince:
- il 71% dei contrasti a terra;
- il 47% dei duelli aerei.
Sono numeri che raccontano una squadra aggressiva nei momenti decisivi, pur senza ricorrere a un pressing continuo.
È la dimostrazione che difendere bassi e difendere passivi sono due concetti completamente diversi.
Lo Sheffield concede il pallone.
Non concede i duelli.
Il momento individuato dagli analisti
Uno degli aspetti più curiosi emersi dal report pre-partita riguardava il rendimento del Liverpool negli ultimi minuti del primo tempo.
Gli analisti avevano evidenziato un calo dell’intensità difensiva e della capacità di riaggressione in quella specifica fase della partita.
Per questo motivo, intorno al 30° minuto, dalla panchina non arriva alcuna modifica tattica.
Arriva semplicemente un messaggio.
Chiedere di più.
Aumentare l’intensità.
Aumentare la convinzione.
Continuare a credere nel piano gara.
La struttura rimane identica.
Cambia soltanto l’energia con cui viene eseguita.
Il gol che nasce dall’analisi
L’azione dell’1-0 rappresenta probabilmente il momento in cui analisi e campo si incontrano perfettamente.
Ender riceve palla in posizione centrale.
Davanti a lui si apre proprio quello spazio che il report degli analisti aveva evidenziato come vulnerabile.
Lo spazio tra le linee.
Lo spazio dietro il primo pressing.
Lo spazio che il Liverpool tende a concedere quando la pressione viene superata.
Ender esegue ciò che era stato preparato durante la settimana.
Un passaggio filtrante.
Wevers attacca la profondità con il tempo corretto.
Il risultato è il vantaggio dello Sheffield.
Non un episodio.
Non una giocata casuale.
La concretizzazione di una situazione studiata, preparata e ricercata.
Secondo Tempo: la miglior modifica è non modificare nulla
Esiste una convinzione molto diffusa tra gli allenatori di Football Manager.
Se stai vincendo contro una squadra più forte, all’intervallo devi cambiare qualcosa.
Abbassarti.
Difendere di più.
Essere più prudente.
In realtà, molte volte il pericolo più grande non è lasciare tutto com’è.
È modificare qualcosa che sta già funzionando.
Quando l’arbitro manda le squadre negli spogliatoi, lo Sheffield conduce 1-0.
Il piano gara sta funzionando.
Il Liverpool mantiene il possesso, ma fatica a creare occasioni pulite.
La profondità è controllata.
Il pressing viene superato.
Le transizioni offensive stanno producendo situazioni interessanti.
Per questo motivo la decisione dello staff è semplice:
non cambiare nulla.
Fidarsi del piano
L’intervallo non serve soltanto per correggere.
Serve anche per confermare.
Le statistiche del primo tempo non evidenziano criticità strutturali.
Anzi.
Dimostrano che la partita sta andando esattamente nella direzione prevista.
Per questo motivo il messaggio alla squadra è chiaro: continuare.
Continuare a difendere gli spazi.
Continuare ad attaccare la profondità.
Continuare a cercare i filtranti individuati durante l’analisi.
Continuare a non farsi attirare fuori posizione dal possesso del Liverpool.
La partita non richiede una nuova strategia.
Richiede soltanto la capacità di mantenere quella esistente.
Il Liverpool aumenta il possesso
Con il passare dei minuti la gara assume una fisionomia ancora più marcata.
Il Liverpool aumenta ulteriormente il controllo del pallone.
A fine partita chiuderà con:
- 64% di possesso;
- 794 passaggi completati;
- 65 passaggi progressivi;
- 111 passaggi nella trequarti offensiva.
Numeri impressionanti.
Ma il calcio non premia il numero di passaggi.
Premia la qualità delle occasioni.
Ed è qui che emerge la differenza tra possesso e pericolosità.
Una partita controllata senza il pallone
Osservando il grafico delle occasioni emerge un dato interessante.
Il Liverpool muove il pallone con continuità ma produce poche situazioni realmente pericolose.
Per lunghi tratti del secondo tempo il match segue esattamente il copione immaginato alla vigilia.
Lo Sheffield difende compatto.
Il Liverpool gira palla.
Gli spazi centrali rimangono chiusi.
La profondità continua a non essere disponibile.
I Reds sono costretti a costruire senza riuscire ad accelerare.
È probabilmente la dimostrazione più evidente della bontà del piano gara.
Il raddoppio
Al minuto 56 arriva l’episodio che indirizza definitivamente la partita.
Ancora una volta il gol nasce da uno dei principi preparati durante la settimana.
Ancora una volta la squadra riesce a portare il pallone nella zona individuata come vulnerabile.
Ancora una volta il Liverpool fatica a difendere una situazione che gli analisti avevano evidenziato come problematica.
El Hacen, trova lo spazio ed esegue un filtrante e Wevers trova la doppietta personale.
Lo Sheffield vola sul 2-0.
A quel punto la partita entra in una nuova fase.
Non si tratta più di costruire il vantaggio.
Si tratta di proteggerlo.
Quando gli xG raccontano una storia diversa
A fine partita emerge uno dei dati più interessanti dell’intera analisi.
Gli Expected Goals recitano:
- Sheffield: 1,39 xG
- Liverpool: 2,41 xG
Guardando soltanto questo numero si potrebbe pensare a una vittoria fortunata.
Ma il grafico xG racconta qualcosa di diverso.
Per quasi tutta la partita le due squadre viaggiano su valori molto simili.
L’impennata finale del Liverpool arriva negli ultimi minuti, quando la stanchezza aumenta, gli spazi si allargano e un episodio cambia improvvisamente il peso statistico della gara.
Il rigore che cambia la lettura dei numeri
Nei minuti di recupero arriva infatti il rigore assegnato al Liverpool.
Un episodio che da solo modifica in maniera significativa gli xG finali.
Senza quel penalty il quadro statistico sarebbe molto diverso e probabilmente molto più coerente con quanto visto sul campo.
È uno degli esempi più chiari di come gli Expected Goals vadano sempre contestualizzati.
I numeri sono fondamentali.
Ma non possono essere letti senza comprendere gli eventi che li hanno generati.
Tinoco, l’ultimo ostacolo
Se il piano gara è stato costruito dagli analisti e applicato dalla squadra, negli ultimi minuti è stato Sergio Tinoco a proteggerlo.
Il giovane portiere, arrivato allo Sheffield a soli diciannove anni e diventato immediatamente titolare, si trova davanti il momento più importante della partita.
Rigore.
Recupero.
Possibile 2-1.
Possibile riapertura della semifinale.
Tinoco para.
Ancora una volta.
Una parata che vale molto più di un semplice intervento.
Vale la conferma di una prestazione difensiva quasi perfetta.
Vale la porta inviolata.
Vale una finale.
Il dato che racconta davvero la partita
Alla fine il risultato dice Sheffield 2, Liverpool 0.
Ma il numero che racconta meglio la gara resta probabilmente l’OPPDA.
- Sheffield: 45,56
- Liverpool: 15,20
Lo Sheffield non ha cercato di vincere attraverso il pressing.
Ha cercato di vincere attraverso il controllo degli spazi.
Ha accettato di lasciare il pallone agli avversari.
Ha accettato di difendere.
Ma non si è mai fatto schiacciare.
Ha negato profondità.
Ha negato transizioni.
Ha negato le situazioni che il Liverpool costruisce meglio.
In altre parole, ha costretto una delle squadre più forti del campionato a giocare una partita diversa da quella che avrebbe voluto.
Ed è probabilmente questa la definizione più corretta di piano gara riuscito.









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