Prima ancora del calcio d’inizio, la settimana dell’esordio in Premier ci consegna una proposta che pesa.
La Federazione Francese ci contatta per affidarci la Nazionale Maggiore. Un riconoscimento enorme, inatteso, lusinghiero. Ma anche una distrazione potenziale.
La risposta è netta.
Rinunciamo.
Il legame con lo Sheffield è troppo forte, e l’impegno richiesto sarebbe incompatibile con un progetto che chiede attenzione quotidiana, cura dei dettagli, presenza costante. Qui non si tratta solo di allenare una squadra: si tratta di accompagnare una crescita. E questa storia, adesso, è tutta qui.
L’esordio in Premier League non è mai una partita come le altre. È un confine. Da una parte quello che sei stato, dall’altra quello che stai per diventare. Contro il Tottenham decidiamo di non tradire noi stessi.
La scelta iniziale è chiara e, in un certo senso, identitaria: 4-1-4-1, il modulo che ci ha accompagnato in Championship, quello che oggi – per caratteristiche, età e maturità della rosa – sembra ancora il più coerente con le risorse a disposizione. Nessuna forzatura, nessun salto nel buio. Continuità prima di tutto.
E continuità significa anche uomini.
L’undici di partenza ha un’età media di appena 22 anni, un dato che racconta più di qualsiasi statistica.
Tra i pali l’esordio assoluto in Premier del giovane Tinoco (21). Con lui dall’inizio i neo acquisti Berkan Usta (22), Ryan McLean (22), Brokie (23), Kesler-Hayden (27) e Nallo (23), chiamati subito a misurarsi con il massimo livello.
A fare da ossatura, i “sempre presenti”: Tedesco (19), Ouattara (18), Uzochukwu (22), Gray (24) e Romani (21). Giovani, sì. Ma non timidi.
La partita
I primi 20 minuti sono di equilibrio puro, ma non di attesa.
Partiamo dal basso, con coraggio e lucidità, e riusciamo sempre a uscire dalla pressione alta del Tottenham. Le linee di passaggio sono pulite, i tempi giusti, la concentrazione altissima. Non c’è frenesia, non c’è paura: c’è ordine. Lotta a centrocampo, distanze corte, ritmi sostenuti.

È proprio lì che arriva la lettura decisiva.
Pur recuperando palla, il contropressing degli Spurs crea una densità enorme nella zona centrale: gli spazi si chiudono in fretta, le linee interne vengono soffocate, costruire corto diventa complesso. Forzare il possesso significherebbe alimentare quella trappola.
Per questo, in transizione positiva, scegliamo l’istruzione di contropiede.
La spinta senza palla cambia tutto.
Attacchiamo gli spazi lasciati liberi dal contropressing, allarghiamo il campo, creiamo nuove linee di passaggio e rompiamo la prima pressione con maggiore continuità. Da quel momento usciamo dal basso con più pulizia, usciamo dalla pressione e, soprattutto, guadagniamo metri.

La partita cambia volto, e lo raccontano chiaramente anche gli xG.

Dopo l’equilibrio iniziale, siamo noi a crescere.
Usciamo dal campo con qualche rammarico: un gol annullato, quattro occasioni importanti e diverse situazioni in cui è mancato solo l’ultimo passaggio. Ma senza mai dare la sensazione di soffrire davvero: pochi rischi concessi, nessuna fase di assedio, una solidità che – per una neopromossa così giovane – vale quasi quanto il risultato.

Il messaggio
Il risultato dice una cosa.
La partita ne dice un’altra.
Questo Sheffield non è venuto in Premier per sopravvivere. È venuto per capire, per misurarsi, per costruire. Il 4-1-4-1 regge l’urto, i ragazzi rispondono presente, le idee funzionano anche contro un avversario di livello superiore.
La Premier è lunga. Ma il primo passo, quello più difficile, è stato fatto senza paura.
E quando esci dal campo con la sensazione di aver potuto vincere, contro il Tottenham, all’esordio…
vuol dire che sei entrato davvero in un altro mondo.






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