Quando l’autunno scozzese aveva già scritto le sue sentenze, il Dundee FC sembrava destinato a interpretare il ruolo della comparsa. Ma nel calcio, come nella vita, c’è chi non accetta il copione che gli è stato assegnato. Mister Bearzot, con il suo silenzio antico e una tattica figlia della disciplina e del coraggio, ha rimesso in piedi una squadra che ora fa paura anche ai grandi. Lo abbiamo incontrato in una pausa rarefatta, tra un allenamento e una tempesta, per parlare di calcio, uomini e futuro.

Mister Bearzot, vi davano già retrocessi a inizio stagione. Eppure oggi siete ancora in corsa. Cosa ha tenuto in piedi questo Dundee?

La verità? Nessuno si salva per caso. Né nella realtà, né su Football Manager.

Noi non abbiamo improvvisato nulla. Ogni passo è stato programmato, ogni allenamento pensato per sviluppare qualcosa di preciso. Non abbiamo cercato “la tattica giusta” o il modulo che va di moda. Abbiamo cercato l’anima dei nostri giocatori.

Leggo spesso di “tattiche meta”, come se esistesse una scorciatoia universale per vincere. A mio avviso, è una delle più grandi stupidaggini che circolano. Il gioco lo fanno le persone, non gli schemi. Io studio i miei ragazzi, uno per uno. So chi regge la pressione e chi no. So chi ha bisogno di sentirsi al centro e chi invece si esalta nel sacrificio silenzioso.

Ho scelto ogni coppia di centrocampo, ogni rotazione sugli esterni, in base a caratteristiche reali, mentali, umane. Le skills contano, certo. Ma è quando riesci ad allineare le teste e i cuori che una squadra diventa davvero pericolosa.

E noi, oggi, siamo una squadra. Magari non la più forte, ma certamente una che non regala niente a nessuno.

In queste ultime settimane avete fermato squadre più attrezzate e messo in difficoltà anche chi gioca per l’Europa. Cosa sta funzionando nel vostro sistema?

Sta funzionando la coerenza. Il fatto di aver costruito un sistema cucito addosso alla rosa, e non il contrario.

Non abbiamo mai cercato di fare il calcio degli altri. Né di imitare modelli che non ci appartenevano. Abbiamo scelto di essere noi stessi, di restare fedeli a una struttura di gioco che valorizzasse i nostri punti di forza: l’organizzazione difensiva, la compattezza tra i reparti, l’intelligenza nelle ripartenze.

Ma soprattutto sta funzionando la consapevolezza. I ragazzi sanno esattamente cosa fare quando il pallone ce l’abbiamo e quando non ce l’abbiamo. Ognuno ha compiti chiari, abbinamenti studiati, libertà dove serve e disciplina dove è necessaria.

Contro squadre che puntano all’Europa, che magari hanno qualità superiori, non puoi andare allo scontro frontale. Ma puoi rendergli la partita sporca, difficile, snervante. E quando li porti nel tuo terreno, se sei pronto, se sei allenato, se hai lavorato sui dettagli… puoi colpirli.

In campo si vedono idee chiare, ma anche una straordinaria disponibilità al sacrificio da parte dei singoli. Come si ottiene tutto questo in una rosa non abituata a vincere?

La mia filosofia, da sempre, è una sola: si attacca e si difende in undici. Tutti. Sempre.

Non esistono reparti scollegati, non esiste il “non è compito mio”. La difesa inizia dagli attaccanti, che devono saper leggere la prima pressione, chiudere le linee di passaggio, sporcare le uscite. E l’attacco comincia dai difensori: se non hai coraggio nel primo passaggio, se non sai leggere lo spazio e accompagnare l’azione, resti fermo nella tua metà campo.

Ho cresciuto la squadra con questa mentalità. Ogni ruolo è un frammento di un disegno più grande. Il nostro equilibrio nasce da qui: dalla capacità di muoverci insieme, di soffrire insieme, di colpire insieme.

Quando funziona, non è solo tattica. È una sinfonia silenziosa, fatta di coperture, rotazioni, scelte giuste nel momento giusto. E quando non funziona… be’, allora si torna a lavorare, perché il principio non cambia. Siamo undici. Siamo una cosa sola.

Il Dundee sembra avere un’identità tattica ben precisa: compattezza, linee strette e ripartenze intelligenti. È un piano studiato sin dall’inizio o un adattamento forgiato durante la stagione?

Era il piano fin dall’inizio, ma come ogni piano vero, ha dovuto cambiare pelle in corsa.

Quando ho preso in mano il Dundee, sapevo che non avremmo potuto permetterci il lusso di fare un calcio di possesso sterile o di andare allo scontro aperto con squadre più forti. Serviva qualcosa di nostro: solido, credibile, replicabile. L’idea era chiara — blocco compatto, linee strette, aggressione mirata e transizioni veloci — ma l’applicazione non poteva essere teorica.

In questa prima stagione ho fatto una scelta precisa: adattare la tattica agli uomini, non gli uomini alla tattica. E questo, nel calcio reale come in Football Manager, fa tutta la differenza del mondo.

Vedo tanti mister sui forum, nei gruppi, su YouTube. Parlano di tattiche vincenti, testate, “sicure”. Poi vai a vedere e scopri che le hanno provate col Real Madrid, l’Arsenal, il City. Squadre dove bastano le skills. Dove un errore in costruzione te lo sistema un fuoriclasse con un colpo. Lì le istruzioni contano meno: basta metterli in campo e il resto lo fanno loro.

Ma nei nostri campionati, nei nostri contesti, la realtà è diversa. Mancano le skills, mancano le letture tecniche, mancano i margini per errori gratuiti. Le tattiche non funzionano perché sono “forti sulla carta”, funzionano se rispecchiano i giocatori che hai. Se costruisci intorno alle loro qualità, se limi i difetti e crei un sistema che li protegga.

Questo è l’errore che fa il 99% dei mister virtuali. Inseguono una scorciatoia. Ma il calcio, reale o simulato che sia, non ne ha. Ha solo lavoro, osservazione, adattamento. E alla lunga, coerenza.
Noi stiamo facendo proprio questo. Con umiltà, ma anche con una direzione chiara.

È un campionato dove anche in fondo alla classifica si vedono idee tattiche interessanti e mister capaci di incidere. Che impressione ha avuto dai suoi colleghi e dal livello del gioco espresso quest’anno in Premiership e Championship?

Ho un grande rispetto per i colleghi, soprattutto in un campionato come questo dove nessuno ti regala nulla, nemmeno per sbaglio.

La verità è che anche in fondo alla classifica si vedono idee, si vedono progetti, si vedono mister che non si limitano a “difendersi e sperare”, ma che cercano di incidere davvero. Non è solo questione di moduli: è mentalità, è lettura, è capacità di fare il massimo con il minimo.

In Premiership, come in Championship, ci sono allenatori che riescono a cambiare le partite con un cambio, con una lettura, con una disposizione studiata ad hoc per limitare i punti di forza avversari. Gente che conosce i propri giocatori, sa come motivarli, come proteggerli, come metterli in condizione di rendere. E questo vale mille volte più di una lavagna piena di frecce.

A livello online, in FM, è ancora più evidente. Lì, se non studi, se non analizzi l’avversario, se non prepari il match come si deve, ti esponi. Perché qui tutti hanno imparato a riconoscere i momenti, a leggere il ritmo, a cercare soluzioni.

È un campionato duro, livellato, pieno di insidie. Ma proprio per questo, è anche una palestra perfetta per chi vuole davvero imparare a fare l’allenatore. E non parlo solo di gioco, parlo di cultura.

C’è una squadra – o un mister – del campionato online che l’ha sorpresa particolarmente per la qualità del gioco o per la capacità di reinventarsi?

Sì, devo dire la verità: tutti mi hanno impressionato.

Se ripenso al punto di partenza, a qualche mese fa, molti pensavano di conoscere il gioco — me compreso, forse. Ma la verità è che eravamo al 20%. Oggi il livello raggiunto è davvero alto. Non esistono più partite facili. Ogni mister ha affinato lo sguardo, impara a leggere dettagli che a gennaio nemmeno vedeva. E questo ha alzato tantissimo sia la qualità meccanica di gioco, sia la profondità delle scelte tattiche.

Paradossalmente, ho fatto più fatica contro l’ultima in classifica che contro alcune delle più attrezzate. Perché adesso tutti sanno cosa cercare, come disporre una linea difensiva, quando cambiare struttura in corsa. Questo è merito dello studio, dell’esperienza, ma anche della voglia di migliorarsi.

Ed è una sensazione bellissima. Perché più cresci, più capisci quanto ancora puoi imparare. Più ti alleni a vedere, più ti rendi conto di quanto ti sfuggiva prima. E questo — per chi ama davvero il gioco, per chi lo vive con passione — è il motore più potente che esista.

Nel campionato online ogni dettaglio tattico può fare la differenza. Quanto è importante per lei adattarsi al gioco degli avversari senza tradire la propria identità?

È fondamentale. E dico subito una cosa: adattarsi non significa snaturarsi. Significa essere intelligenti.

Nel nostro campionato online ogni dettaglio conta: una linea di pressing un metro più alta, una mezzala che si stacca mezz’ora prima, un centravanti che attacca o meno la profondità. Se non leggi l’avversario, sei già in ritardo. Ma se ti pieghi troppo al suo gioco, ti dimentichi chi sei.

Io credo molto nell’equilibrio: studio sempre l’avversario, cerco di capirne le tendenze, le zone forti e quelle fragili. Ma poi torno da noi, e mi chiedo: come possiamo essere noi stessi facendo male a loro? Questo è il punto. Non copiare, ma contrastare restando fedeli alla propria identità.

Per me, l’identità non è il modulo. È l’atteggiamento. La voglia di lottare su ogni secondo pallone, di restare compatti, di uscire in modo pulito quando si può. Quello non cambia. Quello deve restare anche quando il piano cambia.

E aggiungo una cosa che secondo me è centrale, e che molti mister ancora faticano a capire: questo non è un semplice torneo online. È una challenge. Una vera challenge online.

Nei tornei, vivi la partita come una sfida secca, devi spingere il gioco al limite, forzare qualcosa, rompere gli equilibri per vincere nel breve. Qui no. Qui la partita è solo un frammento di un progetto molto più grande.

Questa è una carriera, una costruzione. Ogni mister deve pensare al proprio orto, al proprio gruppo, alla crescita della squadra nel medio e lungo periodo. La differenza è che invece di giocare contro l’IA, qui giochi contro altri allenatori che, come te, studiano, osservano, aggiustano.

È una carriera offline vissuta online. E quando lo capisci, quando ti allinei a questo spirito, ti rendi conto che non stai solo giocando. Stai costruendo qualcosa. E quella, per me, è la vera bellezza di questo campionato.

In FM24 la familiarità tattica, la coesione del gruppo e la gestione dei carichi di lavoro contano quasi quanto la qualità dei singoli. Come ha gestito questi aspetti per rendere competitivo il suo Dundee?

Quando parliamo di tattica, spesso si fa confusione. Tattica non è schieramento. Non è il 5-3-2, il 4-2-3-1 o il 3-4-3. Quelli sono numeri, sono sagome sulla lavagna. Sono lo scheletro. Ma la tattica è la carne. È il modo in cui quelle sagome si muovono, reagiscono, si adattano al contesto.

La tattica è come interpreti quello schieramento. È l’ampiezza che scegli, è la linea di pressing, è il modo in cui i tuoi interni ruotano, in cui il centrale si stacca in costruzione, o il terzino si alza in pressione. È ciò che succede dentro lo schieramento, non lo schieramento in sé.

E questa è una distinzione che, purtroppo, molti ancora non colgono.
Vedo tanti parlare di “questa tattica non funziona”, ma in realtà stanno dicendo che quello schieramento, con quelle istruzioni e quei giocatori, non ha prodotto risultati.
La verità è che una tattica non esiste senza chi la esegue. La tattica è figlia del contesto, delle caratteristiche, della comprensione dei ruoli.

Nel mio Dundee, per esempio, uso una base a tre dietro. Ma non significa che siamo difensivi. Dipende da come i quinti attaccano, da come le mezzali si inseriscono, da quando e come i centrali spingono. Quella è tattica.
Il resto è geometria statica. E il calcio, per fortuna, non lo è mai.

Se potesse mandare un messaggio agli altri allenatori del campionato, ora che la salvezza è ancora in gioco… cosa direbbe?

Non mollare mai ! Lo dico con sincerità: il mio desiderio più grande sarebbe vedere un mister umano vincere questo campionato.

Oggi le uniche due squadre gestite dall’IA sono anche le più forti: Rangers e Celtic. Hanno tutto — rosa profonda, valori tecnici altissimi, automatismi già costruiti. E affrontarle è sempre un’impresa. Ma proprio per questo, riuscire a superarli significherebbe una cosa sola: che siamo cresciuti. Tutti. Che il lavoro fatto in questi mesi non è stato solo divertimento, ma anche costruzione, competenza, cultura del gioco.

Quest’anno, onestamente, sarà dura. Ma se continuiamo a costruire, la prossima stagione sarà qualcosa di incredibile. Il livello dei mister è cresciuto in maniera impressionante. Oggi vedo colleghi che leggono il gioco, che si adattano, che programmano sessioni, che gestiscono carichi e dinamiche di spogliatoio con una profondità che mesi fa sembrava lontanissima.

Gli Hearts, ad esempio, con due o tre innesti mirati possono davvero competere per il titolo. L’Aberdeen, lo St Mirren, l’Hibs hanno bisogno di un po’ più di lavoro, ma le fondamenta sono solide. E da dietro stanno salendo mister che, in una o due stagioni, faranno rumore anche ai piani alti.

Io vedo una Premier del futuro assolutamente di livello, equilibrata, intensa, stimolante. E il bello è che non lo sarà per caso. Lo sarà perché abbiamo scelto di diventare allenatori, non solo giocatori. E quella, per me, è già una vittoria.

All’orizzonte c’è la trasferta contro i Rangers, una delle sfide più dure dell’anno. Come si prepara una partita così, sapendo che ogni punto può valere una stagione?

Si prepara con rispetto, ma senza paura.

Affrontare i Rangers è come scalare una montagna: sai che sarà dura, sai che ogni passo può essere l’ultimo, ma proprio per questo devi partire leggero e concentrato. Non puoi sbagliare nulla. Ma soprattutto, non puoi pensare di vincerla giocando come fanno loro. Devi fare la tua partita, portarla nel tuo terreno.

Loro hanno tutto: qualità, profondità, automatismi. Ma noi abbiamo un’identità. Abbiamo gambe, cuore e un sistema che, se eseguito con disciplina, può mettere in difficoltà anche i migliori.

Abbiamo lavorato su ogni dettaglio: situazioni da fermo, letture difensive, uscite dal basso sotto pressione. Sappiamo che in gare come queste può bastare un errore per cadere, ma anche un dettaglio fatto bene per scrivere una pagina inattesa.

Ogni punto in queste partite vale oro. Ma io ai miei ragazzi ho detto una cosa semplice:
non pensate al punto. Pensate al duello. Pensate al contrasto. Pensate a vincere la vostra zona di campo. Il resto, verrà da sé.
E chissà, magari il vento, per una volta, soffierà anche su di noi.

One response to ““Cuore, tattica e silenzio: 10 domande a Mister Bearzot””

  1. Avatar jjavalon
    jjavalon

    Questa “intervista” è una evangelizzazione di come andrebbe giocato e affrontato Football Manager. Maturità e profondità di pensiero.

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