La notte in cui non smetti di crederci

Il sorteggio non fa sconti.
In Carabao Cup andiamo a Londra contro l’Arsenal, detentori del trofeo, una squadra di livello mondiale, guidata da Mikel Arteta. Una di quelle partite che non prepari mai come vorresti, ma che giochi sapendo che raccontano chi sei.

La settimana, di fatto, non esiste.
Un giorno serve solo a recuperare dalla partita di campionato, l’altro è interamente dedicato a questa sfida. Poche sedute, pochi concetti, molta lucidità. In queste situazioni non costruisci: confermi.

C’è però una nota che vale la pena fermare nel tempo.
Ouattara e Tedesco, 18 anni il primo e 20 il secondo appena compiuti, vengono premiati come primo e secondo giocatore del mese. Due ragazzini che stanno iniziando a farsi spazio nel calcio che conta. Per loro è un riconoscimento. Per Mister Trap, una piccola soddisfazione silenziosa: veder crescere chi hai scelto di aspettare.

La partita

L’impostazione è quella ormai consolidata.
Unica variazione: davanti parte Tierney, giochiamo con la Punta Completa dal primo minuto. Vogliamo profondità, ma anche presenza tra le linee.

Dopo due minuti, però, arriva la doccia fredda.
Un passaggio filtrante taglia la nostra struttura centrale, la linea difensiva è disattenta e soprattutto il mediano perde il tempo dell’uscita. Kolo Muani non perdona: Arsenal avanti.

Potrebbe essere il segnale di una serata in salita. Non lo è.

Non ci scoraggiamo. La partita resta molto equilibrata, anzi. Chiediamo al mediano di concentrarsi più sugli spazi e di essere meno aggressivo nella fase di copertura. Il possesso è leggermente a nostro favore, il ritmo è quello giusto, l’Arsenal non ci schiaccia. Nel finale di primo tempo andiamo più volte vicini al pareggio, ma ci manca sempre l’ultimo passaggio, l’ultima scelta, quel dettaglio che contro queste squadre fa tutta la differenza.

Le scelte

All’intervallo il messaggio è semplice: continuate così.

Non facciamo subito cambi. Vogliamo prima capire se l’Arsenal modificherà qualcosa. Non lo fa. E allora, due minuti dopo, interveniamo noi.

Sostituiamo Ashton e Battrum, i due terzini, e abbassiamo McLean e Hayden sulle fasce difensive. Entrano Nfonkeu e Gordon, proprio come fatto contro il Fulham. La lettura è la stessa: dare alla partita un’impronta più offensiva sugli esterni, sfruttare ampiezza e uno contro uno.

Al 60’ togliamo Harper, centrocampista d’attacco, e inseriamo Gray, Mezzala a Supporto. La manovra diventa più fluida: i laterali spingono, la mezzala e Ouattara accompagnano, iniziamo a comandare davanti.

Sempre intorno al 60’, arriva anche il cambio davanti: Tierney lascia il posto a Tedesco. Nessuna rivoluzione di ruoli o compiti, solo freschezza. E l’impatto si sente subito.

Dopo un paio di occasioni importanti, arriva il momento che può cambiare la serata: calcio di rigore, conquistato proprio da Tedesco.
Sul dischetto va Gray. Il tiro esce. Il pareggio sfuma.

Fino in fondo

L’Arsenal reagisce. Inserisce forze fresche, guadagna possesso e campo. Ma nel farlo concede qualcosa. E quello spazio, soprattutto sulle fasce, noi lo aggrediamo.

Non molliamo. Non ci disuniamo. Restiamo dentro la partita fino all’ultimo.
E nel finale arriva il pareggio meritato. Un gol che pesa, che dice che non siamo lì per caso.

Si va ai rigori.
E sui rigori non c’è tattica, non c’è modulo, non c’è preparazione. C’è solo nervo.

È una lotteria. Ce ne vogliono 8 per il primo errore.
E questa volta, la vinciamo noi.

Il senso della notte

Eliminare l’Arsenal, campione in carica, non cambia i nostri obiettivi stagionali.
Ma cambia la percezione.

Questa squadra sa resistere, sa adattarsi, sa insistere. Sa anche sbagliare – come il rigore – senza smettere di crederci.

E a volte, nel calcio, è esattamente lì che nascono le storie che valgono la pena di essere raccontate.

C’è anche un epilogo che va oltre il campo.
Con questa vittoria raggiungiamo l’obiettivo societario per la Carabao Cup. Non sappiamo fin dove ci spingeremo, né se sarà una priorità nei prossimi turni, ma il dovere era essere competitivi. E lo abbiamo fatto, nel modo più difficile possibile.

Poi c’è il lato umano, quello che resta quando si spengono le luci.
Ricevere i complimenti di Mikel Arteta è un piacere autentico. Non solo per il risultato, ma per ciò che rappresenta. È un allenatore che stimo profondamente, per idee, percorso, coerenza. Sentirsi riconosciuti da chi lavora il calcio in questo modo dà senso anche alle notti più lunghe.

La Carabao Cup può aspettare.
Questa partita, invece, resta.

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