Ci sono stadi in cui entri da allenatore.
E stadi in cui entri prima da ragazzo, e solo dopo da allenatore.
Per Kochise, Manchester United non è mai stata una squadra come le altre. È una storia nata da lontano, da quando il calcio si guardava più che capirlo, da quando i sogni arrivavano dalla televisione e restavano impressi per anni. L’ammirazione per Sir Alex Ferguson, l’idea di una squadra che non mollava mai, che ti prendeva alla gola negli ultimi minuti.
Poi i volti: Giggs, con quella corsa eterna sulla fascia. Neville, simbolo di appartenenza. E poi Beckham, il gesto tecnico che sembrava disegnato col righello.
Entrare oggi in quello stadio non è routine.
È un’emozione unica, difficile da spiegare, ma impossibile da ignorare. È il passato che ti guarda mentre cerchi di costruire il futuro.
Poi la partita inizia. E tutto diventa reale.
La settimana di lavoro
La terza giornata ci porta in uno stadio che non concede appelli e non perdona ingenuità. Contro lo United non puoi improvvisare: puoi solo preparare e poi leggere.
In settimana lavoriamo su un’idea molto chiara. Lo United si presenta con un 5-2-3 / 3-4-3 che gioca alto, con pressing e contropressing costanti, capace di schiacciarti nella tua metà campo se provi a competere sul possesso. La scelta, quindi, è quasi naturale: lasciare il pallone a loro e concentrarci su quegli spazi che il loro sistema, inevitabilmente, concede.
Anche perché arriviamo con poche scelte sugli esterni, tra infortuni e affaticamenti. Non è la serata per forzare uomini o compiti: è la serata per essere lucidi.
La partita
I primi 20 minuti sono di equilibrio solo apparente.
Lo United resta stabilmente nella nostra metà campo, ci costringe ad abbassarci, a difendere con ordine. Riconquistiamo palla, ma non riusciamo mai ad andare oltre la trequarti: le uscite sono sporche, le linee di passaggio si chiudono subito, ogni transizione muore sul nascere.
È lì che emerge il primo errore: i compiti assegnati ai due terzini e alle due ali sono invertite, abbiamo cambiato i giocatori ma non adeguato i compiti. Le distanze sono sbagliate, i tempi di uscita non coincidono. Interveniamo, correggiamo, e contestualmente invertiamo la posizione del centrocampista di quantità e del centrocampista d’attacco per trovare una prima connessione più pulita.
La punta lavora bene, si muove, lega il gioco. Ma il movimento è troppo prevedibile, facilmente leggibile da una linea difensiva a tre così strutturata. Serve qualcosa di diverso.
La scelta cade su una Punta Completa: un ruolo che gli permette di svariare nei mezzi spazi, attaccare la profondità quando serve, ma senza perdere presenza e supporto in costruzione. Non è un ruolo naturale per il nostro giovane Tedesco, ma dobbiamo provarci ed ha le skills corrette e la sfrontatezza di un ragazzo di 18 anni per farlo quel ruolo.
Dieci minuti.
Tanto basta.
Proprio da quella mossa nasce il gol del vantaggio. Non per caso, ma per logica: smarcamento diverso, tempo diverso, lettura diversa. Chiudiamo il primo tempo in crescita, con la sensazione di aver trovato la chiave.
Il secondo tempo
Lo United, insiste ma non riesce, al 10mo minuto cambia.
Allarga i due trequartisti, gioca più in ampiezza, alza ritmo e pressione. È una scelta aggressiva, coerente con il loro calcio. Ci costringe a difendere basso, ma con ordine. Attaccano, tirano, ma quasi esclusivamente dalla distanza o su palla inattiva: non trovano mai continuità dentro l’area, non riescono a sfondare centralmente.
Il problema vero arriva da destra.
Il loro terzino destro, il giocatore più forte Benjamin White, inizia a creare superiorità continua sul nostro lato debole, costringendoci a scivolare e a consumare energie. Per 10 minuti subiamo un assedio più territoriale che realmente pericoloso, fatto di cross, seconde palle e pressione costante. Rashford e Taylor riesco a trovare spazi e giocate.
A quel punto la partita non va più gestita, va protetta.
Decido allora una mossa che esce dal copione: sostituisco l’ala sinistra, ormai in difficoltà, con un fuori ruolo. Inserisco Ed Turns, un libero di ruolo, largo a centrocampo sulla sinistra come Ala, lo metto in marcatura a uomo sul terzino. Al suo fianco, sulla linea di centrocampo, tolgo il centrocampista d’attacco e inserisco Davies, un incontrista a supporto, per raddoppiare e schermare, lui è di ruolo.
Il risultato è immediato.
Il Manchester perde ampiezza e fluidità, è costretto addirittura a sostituire White. E paradossalmente siamo noi, nel finale, ad andare più vicini al raddoppio che loro al pareggio.


Il senso del risultato
Portiamo a casa un risultato straordinario.
Non solo per il punteggio, ma per il modo in cui arriva.
Questa non è una vittoria di talento puro, né di episodi. È una vittoria di letture, di correzioni in corsa, di scelte scomode ma necessarie. Una partita vinta pensando, prima ancora che giocando.
E quando vinci a Manchester così, capisci che questo Sheffield non sta solo imparando la Premier.
Sta iniziando a parlarla.







Lascia un commento