Dalla teoria al campo

C’è un momento in ogni carriera in cui i nomi smettono di essere caselle e cominciano a diventare idee.
Hai analizzato la rosa, hai trovato i ruoli che permettono a ogni giocatore di esprimersi al massimo delle proprie skills, e da lì hai costruito il tuo schieramento possibile.
Non quello dei sogni, ma quello vero: quello che nasce dalle persone, non dai moduli.

Ora inizia la parte più sottile: dare un’anima tattica a quella forma.
È qui che la lavagna prende vita.
E in Football Manager, tutto parte da una scelta semplice e complessa allo stesso tempo: la mentalità.


Capire la mentalità

La mentalità è la bussola della tua squadra.
Non decide dove giochi, ma come pensi.
In FM regola ritmo, rischio, pressing, profondità e ampiezza: in una parola, l’atteggiamento collettivo.

  • Con una mentalità Positiva, ogni giocatore cerca la verticalità, l’anticipo, la corsa in avanti.
  • Con una Prudente, ogni passaggio diventa una scelta calcolata, la squadra resta corta, i tempi si dilatano.
  • Con una Equilibrata, invece, si cerca l’armonia: difendere e attaccare con lo stesso grado di coscienza.

E se hai appena costruito il tuo primo schema basato sui ruoli ideali, quella è quasi sempre la direzione giusta:

Equilibrata è la mentalità del costruttore.
Serve per osservare come la tua squadra respira prima di chiederle di correre.


Dallo schieramento all’intenzione di gioco

Hai la forma: nel mio caso, un 5-2-3 con due esterni offensivi, due centrocampisti centrali e una difesa a tre.
Un sistema che nasce per equilibrio e compattezza, ma può diventare offensivo o difensivo a seconda del baricentro.

La logica è semplice:

  • i tre centrali ti garantiscono copertura costante,
  • il libero che avanza (Uzochukwu) protegge la zona centrale,
  • Gray e Ouattara si alternano nel costruire e nell’inserirsi,
  • Bashir e Lankester danno ampiezza, profondità e imprevedibilità,
  • Tedesco diventa il perno mobile che lega tutto.

La mentalità Equilibrata in questo contesto è perfetta:
ti permette di mantenere la struttura difensiva, ma lascia libertà ai tuoi interpreti migliori di decidere quando colpire.
Non è un modulo di attesa, ma di controllo dinamico.


La prima base tattica

A quel punto, con la lavagna piena di nomi e frecce, arriva la parte più delicata: dare un senso ai movimenti.
Perché uno schieramento, da solo, è solo geometria.
La tattica inizia quando quelle linee prendono vita.

Nel 5-2-3 equilibrato, l’obiettivo non è dominare il pallone, ma governare gli spazi — controllare il ritmo, dettare i tempi e non farsi trascinare dal gioco avversario.
In possesso, la squadra si apre con naturalezza: i tre centrali e il portiere costruiscono con calma, il centrocampista si abbassa per offrire una linea di passaggio sicura e la mezzala si muove in verticale, alternando chi si propone e chi rimane a dare equilibrio.
Gray può avanzare tra le linee, mentre Ouattara si fa trovare sempre pulito sul corto: la palla viaggia a ritmo medio, mai forzata, quasi a scandire un respiro comune.

Sulle fasce, Bashir e Lankester danno ampiezza e profondità.
Non corrono per sfondare, ma per creare linee di passaggio, costringendo gli avversari ad allargarsi e liberando così il corridoio centrale per le corse di Gray o i movimenti di Tedesco.
Il centravanti non è un finalizzatore statico, ma il primo punto d’appoggio: riceve, protegge, e gioca di sponda per chi arriva da dietro.
La squadra sale con pazienza, senza cercare il colpo diretto, ma aspettando che la superiorità si crei naturalmente.

Quando si perde palla, il primo istinto non è la caccia, ma la ricomposizione.
Il 5-2-3 si chiude a blocco medio, con gli esterni che rientrano e le mezzali che accorciano, lasciando al libero il compito di schermare la zona centrale.
L’idea è semplice: non subire la transizione, ma gestirla.
Il pressing è situazionale, mai affannato — parte quando la squadra è compatta, non quando è scomposta.

E in tutto questo, la parola d’ordine è equilibrio.
Non si corre per inseguire, ma per leggere.
Non si pressa per istinto, ma per scelta.
Ogni linea si muove in funzione dell’altra: se uno sale, l’altro copre; se uno attacca lo spazio, un compagno si ferma a proteggerlo.
È un gioco di pesi e contrappesi, dove la stabilità nasce dal movimento collettivo.

Nel 5-2-3 equilibrato non esistono i protagonisti: esiste il sistema.
E il sistema vive solo se tutti ne rispettano i tempi.
Il ritmo medio, i passaggi corti, la costruzione ragionata e la difesa compatta non sono comandi — sono la grammatica di un linguaggio.
Un linguaggio fatto di fiducia, pazienza e sincronismo.
E quando la squadra inizia a parlarlo con naturalezza, allora — e solo allora — la tattica diventa gioco

Il metodo dell’allenatore consapevole

Il segreto non è copiare un sistema, ma capire perché funziona.
Ogni istruzione deve rispondere a una logica, non a una moda:

  • Se abbassi la linea, fallo perché i tuoi centrali non hanno velocità.
  • Se alzi il ritmo, fallo perché i tuoi centrocampisti hanno decisione e visione.
  • Se allarghi il campo, fallo perché le tue ali sanno leggere gli spazi.

Con una mentalità Equilibrata, ogni movimento è pensato.
Nessuno corre per dovere, tutti si muovono per necessità.
La squadra impara a leggere il contesto, non a subirlo.


Conclusione – La forma dell’equilibrio

Una tattica non si impone, si scopre.
Nasce dal dialogo tra la squadra e l’idea dell’allenatore.
Tu metti i giocatori nei ruoli dove rendono al 100%, poi li disponi sul campo nel modo più coerente possibile, scegli la mentalità più adatta alla loro natura e costruisci intorno a quella un principio tattico chiaro, leggibile, sostenibile.

Niente di più, almeno per ora.
Solo quando la squadra raggiungerà il massimo della familiarità e dell’affiatamento, potrai scendere nel dettaglio del singolo:
chiedere un dribbling in più a chi può permetterselo,
un passaggio più ragionato a chi non ha la visione di Pirlo, dare un istruzione in più o in meno a seconda di quello che sto vedendo in campo e dell’avversario che sto affrontando in quel momento, e poi studiare ogni caratteristica individuale per capire cosa può dare di più in partita — e cosa, invece, è meglio abbandonare.

È un percorso lento, ma inevitabile.
Perché prima di insegnare a un giocatore come migliorare, devi metterlo nelle condizioni di sapere chi è.


“L’equilibrio non è stare fermi, ma muoversi senza cadere.”
Cronache di FM


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