17 febbraio 2024
C’era un sole pallido sopra la Scozia, ma la giornata non lasciava spazio ai compromessi.
Il vento correva da Glasgow a Dundee, spazzando via ogni illusione di equilibrio: la Premiership è entrata nel suo cuore di pietra, quello dove si decide chi sogna e chi sopravvive.

Rangers – Potenza e disciplina
A Perth, contro uno St. Johnstone ormai smarrito, i Rangers hanno mostrato la versione più cinica e professionale di sé.
Quattro reti, zero rischi, e una sensazione di controllo totale che va oltre i numeri.
Sessantasei punti in ventisei partite, una macchina quasi perfetta: 65 gol fatti, appena 25 subiti.
Non è più solo una corsa al titolo, ma un duello con la perfezione.

Celtic – Il risveglio feroce
Al Celtic Park, il 6–1 rifilato al Kilmarnock è stato un monologo.
Furuhashi ha trasformato la partita in un’esibizione: doppio movimento, anticipo, lettura.
Un’arte geometrica.
Gli xG (2.78 a 1.03) raccontano solo una parte della verità, perché qui è tornata la fame: possesso al 78%, 18 tiri, ritmo e ampiezza da squadra che non accetta rivali.
Le due autoreti avversarie sono state la firma del destino: quando domini, anche la fortuna ti saluta.

Dundee – Vittoria con carattere
A Dens Park il Dundee ha rischiato di cadere, ma si è rialzato con un’anima nuova.
Sotto di due reti dopo venti minuti, ha ribaltato il Ross County con un secondo tempo da squadra vera.
Reilly è stato il simbolo del riscatto: doppietta e prestazione totale.
Le statistiche dicono 57% di possesso, 13 tiri a 5 e uno xG non da rigore di 3.10 – il miglior dato della giornata dopo il Celtic.
Una vittoria che consolida il quarto posto e certifica la crescita del gruppo di Kochise: solido, tecnico, paziente.

Hearts – Il crollo del Tynecastle
I numeri non mentono: 62% di possesso, 10 tiri, ma solo 1.54 di xG.
Il Motherwell ne ha prodotti 2.08, e ha colpito con lucidità e coraggio.
La squadra di Mister Riccio ha pressato in verticale, usando Spittal e Shaw come lame tra le linee.
Gli Hearts, invece, si sono spenti nella propria lentezza: tanto fraseggio, poca profondità.
È una sconfitta che pesa, perché consegna al Dundee la scia del podio.

St. Mirren – Vittoria al 90°
A Livingston, i Saints hanno vinto nel modo più scozzese possibile: difesa, pazienza e colpo finale.
Mandron aveva aperto, Taylor ha chiuso al 90°+1.
Appena 6 tiri, ma 1.43 di xG non da rigore, contro lo 0.31 di un Livingston spento e incapace di reagire.
Nel secondo tempo, St. Mirren ha difeso con il 4-3-3 prudente, baricentro basso, ripartenze studiate.
È il successo che vale il quinto posto e la conferma di un’identità chiara: solidità e momenti chiave.

Aberdeen – Essenziale ma vincente
Un gol di Gueye al 23° e poi controllo, organizzazione, compattezza.
L’Aberdeen ha piegato l’Hibernian 1–0 senza brillare, ma con efficacia chirurgica: xG 1.42 a 0.75, 56% di possesso, un 4-4-2 a diamante che ha coperto ogni spazio centrale.
L’Hibs, timido e prevedibile, non ha mai dato la sensazione di poter pareggiare.
È la differenza tra chi crede ancora in qualcosa e chi aspetta solo la fine del viaggio.

La classifica che parla
Rangers 66, Celtic 64.
Un duello che ormai è una sinfonia a due, mentre dietro il vuoto si riempie di storie:
Hearts e Dundee separati da due punti, St. Mirren che sogna l’Europa, Aberdeen in rimonta, e il Motherwell che rinasce.
In coda, il buio: St. Johnstone e Kilmarnock arrancano, Ross County galleggia ma senza convinzione.

Il senso della 26ª giornata
Ci sono giornate in cui il calcio non spiega, ma svela.
Questa ventiseiesima lo ha fatto in silenzio, con la lucidità di chi sa già dove sta andando.
In alto, Rangers e Celtic continuano la loro danza.
Due squadre che non si somigliano, ma si rispettano nella grandezza.
Gli uni, metodici, come un orologio svizzero: ordinati, precisi, implacabili.
Gli altri, barocchi e irresistibili, capaci di trasformare una partita in un’opera d’arte.
Sessantasei punti contro sessantaquattro: è una distanza minima, ma pesante come una montagna.
Perché chi insegue deve sempre correre un po’ più veloce del vento.
Dietro di loro, gli Hearts hanno perso qualcosa che non si vede nei numeri: la leggerezza.
Il gioco si è fatto pesante, le idee più lente.
E così il Dundee — una squadra costruita con pazienza, con quella cura artigiana che non ha scorciatoie — ora respira sul collo, quarto a meno due.
È la differenza tra chi difende una posizione e chi sta ancora provando a conquistarla.
Più giù, il St. Mirren è diventato una certezza silenziosa.
Vince poco rumorosamente, ma vince.
E ogni punto pesa doppio, perché viene da una squadra che non spreca, che vive di equilibrio e momenti chiave.
L’Aberdeen è tornato, il Motherwell rinasce, l’Hibernian invece sembra essersi smarrito in un inverno senza idee.
E in fondo alla classifica, là dove il vento cambia direzione e le luci si spengono prima, St. Johnstone e Kilmarnock scivolano sempre più giù, con la rassegnazione di chi ha già visto questo film.
Sette giornate per tracciare il destino
Restano sette giornate prima che la Premiership si spezzi in due:
le prime sei a giocarsi titolo ed Europa, le ultime sei destinate a lottare per la salvezza.
Davanti, c’è una sfida che profuma d’eternità: Rangers e Celtic, separati da due punti e da un modo diverso di intendere il calcio.
Subito dietro, un blocco di squadre che si giocano l’accesso al “gruppo nobile” — Hearts, Dundee, St. Mirren, Aberdeen e Motherwell — racchiuse in appena dieci punti.
Una lotta serrata, dove ogni scontro diretto può cambiare la geografia del campionato.
Sotto, invece, inizia un altro torneo: quello della paura.
St. Johnstone sembra già condannato, ma il playout è ancora aperto, e per quel posto si giocano tutto quattro squadre: Kilmarnock, Ross County, Livingston e Hibernian.
Un margine sottile, dove ogni errore pesa come una sconfitta e ogni pareggio può valere una stagione.
È la Scozia del vento e delle sfide senza fine.
Ogni campo, da Glasgow a Dingwall, racconterà un frammento di verità.
E quando tra sette giornate la linea si spezzerà in due, resteranno soltanto due tipi di squadre:
quelle che hanno saputo guardare avanti, e quelle che si sono voltate un attimo troppo presto.
Perché in questa terra, più che altrove, il calcio non perdona chi si ferma a pensare.






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