C’è chi gioca per vincere, e chi gioca per capire.
Kochise appartiene alla seconda categoria.

Dalla costa andalusa del Vélez CF alle nebbie inglesi dello Sheffield FC, fino al vento del nord scozzese con il Dundee, la sua carriera digitale è una traversata tattica, un viaggio dentro il gioco e dentro se stesso.
Ha disegnato moduli come fossero mappe, costruito squadre come architetture morali, e raccontato tutto nelle Cronache di FM, dove ogni partita è un racconto, ogni modulo una filosofia, ogni stagione una lezione.

«Ogni passaggio deve avere un perché»

Q1. Mister Kochise, partiamo da qui. Dalle tue carriere — Vélez CF, Sheffield FC, Dundee FC — emerge un filo conduttore. Non un modulo, ma una visione. Se dovessi riassumerla in una frase?
Direi che è un calcio che pensa. Ogni passaggio deve avere un perché. Mi interessa meno vincere 4-0 e più capire perché abbiamo vinto 1-0. L’ordine è una forma d’arte, non un limite.

«Dal sole dell’Andalusia alla nebbia d’Inghilterra»

Q2. Hai iniziato con il Vélez CF su FM21 e FM22, poi sei passato allo Sheffield FC in Inghilterra e al Dundee in Scozia. Com’è cambiato il tuo calcio in questo viaggio?
In Spagna abbiamo imparato. Studiato. Con il Vélez è stata un’esperienza bellissima: lì abbiamo costruito le basi, capito cosa volevamo dal gioco. Poi con lo Sheffield è iniziata la vera sfida. Il gioco è cambiato, noi con lui. Abbiamo affinato tante cose, siamo cresciuti e, paradossalmente, il ritardo dell’uscita del 26 ci ha fatto bene: ci ha costretti ad approfondire, a capire davvero ogni dettaglio.
Con il Dundee, invece, è puro divertimento. È una scuola calcio online, una comunità viva. Non più solo raccontata, ma condivisa, giocata insieme. Ed è la parte più bella di tutte.

«Il 5-2-3 come firma, il 4-1-4-1 come adattamento»

Q3. Il tuo 4-1-4-1 “Prudente” è diventato quasi un marchio di fabbrica. Come nasce e cosa rappresenta per te?
In realtà, chi mi conosce e mi ha seguito nelle varie carriere sa che il mio vero marchio di fabbrica è il 5-2-3. Quella è stata una vera scommessa. Su FM21 non esistevano i braccetti, e il gioco non prevedeva ancora le mentalità prudenti. La massa giocava offensiva, abrogando tutto ciò che era difensivo.
Ma io non volevo solo giocare: volevo applicare il mio calcio, quello che più mi rappresenta. Una difesa a cinque, nessun mediano, nessun trequartista. Un sistema costruito giorno dopo giorno, migliorato con l’evoluzione del gioco e con la pazienza di chi studia più che improvvisa.
Il 4-1-4-1, invece, è arrivato con lo Sheffield, più per esigenza di rosa che per principio di gioco. Ci ha permesso di restare solidi, ordinati, e di capire nuove dinamiche. Poi, col tempo, siamo tornati di nuovo al 5-2-3, anche con loro.
Con il Dundee abbiamo provato a riprendere quella strada, ma la rosa non lo permetteva: ci siamo reinventati, trovando la nostra identità nel 4-1-4-1. Alla fine, i moduli passano — ma l’idea resta sempre la stessa.

«Il pressing come arte difensiva»

Q4. In Cronache di FM parli spesso di pressing, di tempi e di spazi. Cos’è per te il pressing “giusto”?
Per me il pressing è difesa. Da lì parte tutto. Dico sempre che difendersi è un’arte, e il pressing è stato il primo principio su cui ho posto attenzione.
Quel concetto che poi altri hanno chiamato “Pressing Invertito” nacque proprio così. Alcuni se ne presero pure la paternità, il copyright — ma in realtà era semplicemente l’opposto di come giocavano tutti. Mentre la maggior parte giocava con la difesa con meno pressing, standard in mediana e attaccanti con il più alto livello di pressione, io facevo l’inverso: alzavo la pressione dietro e lasciavo liberi gli avanti.
L’obiettivo non era aggredire in alto, ma compattare. Accorciare le linee, far scendere gli attaccanti sulla linea d’ingaggio e far salire in pressione la difesa. Così la squadra respirava insieme, restava corta, ordinata. La difesa si fa togliendo gli spazi e il tempo di giocata e questo è il principio del pressing, a mio parere.
Il pressing, per me, non è caos. È equilibrio. È ordine che nasce dal movimento collettivo.

«L’efficienza come identità»

Q5. Molti allenatori virtuali impostano tattiche “estetiche”. Tu sembri inseguire un’estetica diversa: quella dell’efficienza.
Il mio gioco, la mia tattica, nascono da un’idea precisa: voglio vedere in campo ciò che mi piace vedere fare a una squadra nelle diverse fasi di gioco.
Costruisco una rosa che possa esprimere quel calcio attraverso allenamenti mirati e una ricerca di mercato basata sulle caratteristiche, non sui nomi. Mi interessano le skills, non la fama.
Ho fatto poche carriere, sempre con squadre di livello molto basso, proprio per questo: perché mi piace costruire, non ereditare.
Curare i dettagli è la parte più bella. Vedere migliorare il gioco perché un ragazzo ha fatto uno scatto nelle skills, grazie a uno staff costruito con la stessa cura e ad allenamenti studiati ad hoc. Oppure scoprire un talento attraverso una rete di osservatori che ho impostato personalmente, per poi lasciare al direttore sportivo la trattativa.
Sia con il Vélez che con lo Sheffield ho avuto — e ho tuttora — rose giovanissime, con un’età media tra i 21 e i 23 anni. E questo, per me, è il senso di tutto: non cercare scorciatoie, ma vedere crescere un’idea insieme a chi la interpreta in campo.
Io non voglio solo vincere, voglio vedere crescere il mio calcio.

«Lo Sheffield, la squadra dell’anima»

Q6. Tra le tue carriere, lo Sheffield FC sembra aver lasciato un segno particolare. Perché?
Perché lì ho costruito tutto dal nulla. Ho preso una squadra di ottava serie e l’ho portata fino alla Premier. Ogni stagione è stata una lezione di resilienza. Lì ho capito che non stavo solo giocando a FM, stavo raccontando una storia. E non è finita.

«Il Dundee e la sfida collettiva»

Q7. La carriera online con il Dundee ti ha visto condividere lo spazio tattico con altri allenatori. Cosa cambia quando non sei solo?
Cambia tutto. Devi saper leggere anche gli altri, non solo te stesso. È come una Champions dei pensieri tattici. Ti obbliga a rimettere in discussione ogni certezza. Ed è lì che cresci davvero.
Nel gioco online, tutto è più sottile. Il gioco è nascosto: non sai quale tempistica un allenatore ha dato al singolo giocatore, non conosci le sue micro-istruzioni, le sue letture di pressing o di transizione.
E poi in partita tutto cambia: lui modifica, tu osservi. Ti ritrovi seduto in panchina a leggere la partita, a decifrare il ritmo, a capire cosa sta accadendo e a trovare contromosse in tempo reale.
È un livello molto, molto alto, dove non esistono scorciatoie. Qui c’è solo calcio, puro calcio.
Una sfida mentale e tattica continua: non è solo FM, è una scuola calcio interattiva, dove ogni match è una lezione e ogni scelta racconta chi sei davvero come allenatore.

«La prima domanda giusta»

Q8. Se dovessi dare un consiglio a chi inizia a costruire tattiche su Football Manager, quale sarebbe?
Inizia dalla domanda sbagliata. Non chiederti “che modulo voglio usare?”, ma “che tipo di squadra voglio diventare?”. Il resto verrà da sé.

«Conte, Mourinho, Bielsa, Xabi»

Q9. Chi ti ispira, nel calcio reale?
Conte per la ferocia, Mourinho per la gestione, Bielsa per la purezza. Aggiungo Trap e Lippi per il cuore. Ma se devo dirne uno solo per oggi: Xabi Alonso. Ha portato calma dove c’era caos. È quello che cerco anch’io.

«I giocatori che hanno fatto la differenza»

Q10. Mister, tra tutte le carriere che hai vissuto su Football Manager, quali sono i giocatori più forti che hai avuto?
Con il Vélez, al secondo anno, presi in prestito un ragazzino di 18 anni sconosciuto, un certo Pedri. Tanta roba, davvero. Aveva già quella leggerezza nei piedi che poi abbiamo visto nel calcio reale: sembrava danzare tra le linee.
Ma ricordo anche Da Graca, una Punta Completa che ha dato senso a tutto il mio 5-2-3. Fu lui a completare la tattica, a trasformare un’idea in vittorie. Con lui vincemmo la Liga, e quel trionfo aveva il sapore del lavoro ben fatto, del tempo speso a costruire. Poi passai al Leverkusen e li era pieno di talenti che mi fecero chiudere la carriera, non avendo più niente da aggiungere di mio a quella squadra.
Con lo Sheffield, invece, abbiamo un paio di ragazzini che stanno facendo la differenza. Hanno ancora tanto da imparare, ma sono il simbolo di come mi piace giocare: crescere insieme, passo dopo passo, fino a vedere il gioco migliorare attraverso di loro.

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