“La Scozia non è solo un luogo. È un temperamento. E il calcio, qui, è parte del sangue.”

Dicembre in Scozia è un mese strano. Non perché faccia freddo – lo fa sempre. Ma perché il tempo, nel calcio scozzese, sembra rallentare e accelerare insieme. Si accorciano le giornate, si allungano le ombre. Eppure, sotto le tribune di ogni stadio, si combattono ancora battaglie che sanno di clan, di ferro e di orgoglio.


Il martello dei Rangers e la risposta dei Celti

I Rangers di Govan comandano. 47 punti in 18 partite. Vincono anche a Motherwell, con la freddezza di chi sa bene che in Scozia la leadership si conquista con l’acciaio, non con le parole. Un 4-1 che ha il suono di una dichiarazione.

Il Celtic, però, non molla. Non è un anno come gli altri, questo. La crisi di ottobre sembra già un’ombra lontana. Cinque gol al Livingston – più che un risultato, un manifesto. La Parkhead canta ancora, perché sa che la storia, da queste parti, non è mai finita fino all’ultimo respiro.


Dundee, St Mirren e la partita che non ti aspetti

Ma il cuore del racconto è altrove. Al Dens Park, dove il Dundee batte l’Aberdeen e consolida un quarto posto che profuma di rivoluzione. Non c’è nobiltà, non ci sono soldi, ma c’è un’idea. Un 2-1 che ricorda quelle storie di frontiera, dove chi ha meno è costretto a pensare di più.

E al Tynecastle, Hearts e St Mirren danno vita a un 2-2 che pare uscito da un poema gaelico. Pieno di errori, coraggio, duelli. I Saints restano terzi, ma con il fiato della storia sul collo. Perché chi sogna in alto, prima o poi deve camminare sul filo.


Il canto disperato del fondo

Poi c’è St Johnstone. Ultimi, derisi, dimenticati. Che vanno a vincere 2-0 a Kilmarnock, come un soldato Highlander che rifiuta l’ordine della ritirata. Solo 5 punti in classifica, ma una dignità che fa rumore.

Il Ross County batte 4-3 l’Hibernian in una partita da pazzi, dove ogni difesa è una ferita e ogni attacco un atto di ribellione. Hibs irriconoscibili, e il tabellino lo sa.


Championship – dove la lotta è una fede

Sotto, nella terra di mezzo, c’è un altro campionato. Dove le luci sono meno, ma le storie… ah, le storie.

Dunfermline Athletic, 1-0 ad Arbroath, resta in cima. Non sono belli da vedere, ma hanno la durezza del granito di Fife. Dietro, Inverness CT pareggia a Glasgow con i Thistle e non molla.

Ma il colpo è del Queen’s Park, 2-0 al Dundee United. Gli amatori che non lo sono più, i romantici che resistono. Hanno giocato con l’eleganza di un whisky invecchiato 30 anni. E quando succede, tutto tace.

E poi Raith Rovers, che vincono ancora: 3-2 all’Ayr. Lì, a metà classifica, con l’anima in fiamme. Con un allenatore, Saurus, che più che un mister sembra un narratore antico. Le sue squadre non vincono sempre, ma quando lo fanno, lasciano un segno.


Epilogo – Dove il calcio è clan

Questa è la Scozia, oggi.
Un campionato che parla con accento ruvido.
Che non vende sogni, ma li costruisce a mano, come le spade dei MacLeod.
Dove ogni partita è un pezzo di storia. Dove si gioca per qualcosa che non si misura.
E dove il calcio, più che sport, è cultura, appartenenza.

Una volta, Sir Alex Ferguson disse: “Non si vince con la tattica. Si vince con lo spirito.”
Ecco. Questa Premier è piena di spirito.
E se chiudi gli occhi, mentre ascolti il rumore di una rete che si gonfia a Dingwall, o a Greenock…
…ti sembra di sentire un’eco.

È l’eco di una terra che non vuole essere dimenticata.


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