Diario di un allenatore senza copertina
C’erano giorni in cui bastava una panchina di legno, una tuta lisa e un quaderno consumato per sentirsi allenatori.
Lo diceva sempre il vecchio mister Giuliani, che in carriera aveva allenato più campi che categorie. “Le grandi squadre ti fanno diventare famoso, le piccole ti fanno diventare bravo.”
E così, eccoci qui. In un campo d’allenamento con l’erba più marrone che verde, un portiere con i guanti strappati, e un centravanti che ha segnato sei gol in tre stagioni.
Benvenuto nel mondo delle squadre medio-piccole.
Capitolo 1 – Il battito prima del modulo
La prima cosa da capire è che non si parte dal modulo, ma dall’anima.
Guardi il tuo spogliatoio, ascolti i silenzi più che le parole, e ti chiedi: che squadra vogliamo essere?
L’Atletico di Simeone non iniziò con il 4-4-2. Iniziò con una convinzione: “Noi non moriamo mai.”
Così anche tu, nella tua Serie C, o in una League Two di periferia, devi scegliere:
Vuoi essere una squadra che aspetta e colpisce?
O che pressa a perdifiato, anche se non ha i polmoni per farlo?
Capitolo 2 – Una rosa da amare (e smontare)
A questo livello, i giocatori non sono figurine. Sono frammenti di speranza e frustrazione, spesso nello stesso piede.
Uno ha tecnica 14 ma corsa 6. L’altro è determinato, ma non sa dove stare in campo.
È qui che inizi a capire: non si tratta di trovare i migliori, ma quelli giusti per te.
Come faceva Ranieri a Parma, quando trasformò Boghossian in un regista e Thuram in un terzino.
Il talento c’è, ma a volte è nascosto in ruoli che il giocatore non ha mai immaginato.
Capitolo 3 – Obiettivi senza luci né microfoni
Alla stampa racconti che vuoi “dare fastidio”.
Nel tuo quaderno, invece, scrivi tre parole: sopravvivere, costruire, evolvere.
Sopravvivere alla prima stagione, imparando a sbagliare meno degli altri.
Costruire nella seconda, vendendo bene, comprando meglio.
Evolvere, nella terza, diventando una squadra da playoff o promozione.
Lo ha fatto il Brentford, con dati, pazienza e identità. Lo puoi fare anche tu. Ma senza budget.
Capitolo 4 – Il mercato dei sogni perduti
Non hai milioni. Hai idee. E contatti.
Cerchi lo svincolato con “Determinazione 16”, l’ex talento dimenticato da tutti.
Punti un prestito dalla Serie A, ma sai che se non gioca, ti scappa.
Ogni acquisto è una scommessa emotiva, non solo tecnica.
Come quando il Chievo prese Pellissier. Non era il più forte. Ma era il più adatto.
Capitolo 5 – Allenare è addestrare l’anima
Qui non si fa solo tattica.
Si fa psicologia, gestione dei sogni, litigi familiari, ansie da rinnovo.
Eppure, ogni allenamento può diventare un mattone.
Un difensore che impara a non farsi saltare. Un mediano che scopre la calma.
È come vedere crescere una pianta al rallentatore. Serve amore. E silenzio.
Capitolo 6 – Lo staff è lo specchio
Non puoi avere 5 analisti e 3 match analyst.
Hai uno che fa tutto: osserva, allena, cura, e magari guida anche il pulmino.
Scegli con cura. Prendi chi crede nel progetto.
Un vice con Buon Giudizio Potenziale vale più di mille consigli.
È come al Lecce di Baroni: un gruppo tecnico compatto, unito, credibile.
A volte il vero allenatore è il preparatore che non ti tradisce.
Capitolo 7 – I sogni si costruiscono con le parole
Nessuno ti obbliga a raccontare storie. Ma una squadra senza storia, non fa innamorare nessuno.
Dai un soprannome al tuo trequartista. Celebra la vittoria sotto la pioggia in 10 contro 11.
Lascia che il tuo pubblico – anche solo tu stesso – senta che qualcosa di epico sta nascendo.
Ferguson partì dal fondo della classifica. Klopp perse finali su finali.
Ma ogni fallimento diventò parte del racconto. E i piccoli club, i tuoi, possono fare lo stesso.
Epilogo – Quando ti chiederanno perché…
Ti chiederanno perché non hai scelto una big.
Perché non hai preso Mbappé, ma un ragazzo con coraggio 17 e velocità 9.
E tu risponderai:
Perché da qualche parte bisogna cominciare.
E questa, era la mia parte.






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