Il vento sopra la Premiership
Dicembre, in Scozia, è un mese che non perdona.
Non ai club, non agli uomini, non ai sogni.
Inizia a colpire presto, già al mattino, con il ghiaccio che si attacca ai vetri come una minacDicembre, in Scozia, arriva senza preavviso.
Non bussa. Non chiede permesso. Entra, si siede in mezzo al campionato e comanda.
Comanda con il gelo, con la luce breve, con i campi duri e le ossa che scricchiolano.
E comanda soprattutto con la memoria.
Perché da queste parti, ogni partita non è solo presente.
È storia. È eredità. È identità.
Come succede a Tynecastle, Edimburgo, mercoledì 6 dicembre 2023.
Hearts–Rangers.
Una sfida che porta addosso il peso del passato.
Cento anni fa, nel 1914, i giocatori degli Hearts si arruolarono in massa per la Grande Guerra. Lasciarono il campionato da primi in classifica, per partire verso la Francia.
Oggi, quel gesto vive ancora sulle maglie, sugli spalti, nelle vene.
Il Rangers arriva da capolista. Freddo, cinico, pronto a dettare legge.
E dopo pochi minuti è già avanti.
Ma a Tynecastle non si viene per passeggiare.
I Jambos rimontano. Prima il pareggio. Poi il sorpasso.
2-1. Il cuore di Edimburgo esplode.
Ma il Rangers ha la pelle dura.
Pareggia dopo pochi minuti.
E al 92’, quando il gelo si è già preso la città, trova il gol della vittoria.
3-2.
Una beffa. Una di quelle che insegnano più di mille vittorie.
Il Rangers ha vinto. Sì. Ma ha dovuto sudare memoria e sudore.
Perché qui, ogni maglia è una storia. E ogni storia ha il diritto di lottare fino all’ultimo minuto.
A Glasgow, invece, il Celtic ha fatto capire di esserci.
4-0 all’Hibernian.
Una sinfonia di controllo, movimento e ambizione.
Una vittoria senza crepe.
E i Bhoys, ora, sono lì. Con gli occhi sul trono.
A Dundee è successo qualcosa di più sottile.
1-0 contro Livingston.
Una vittoria costruita piano, come le cattedrali nei paesi: mattone su mattone, senza far rumore.
E ora il Dundee è lì, in alto. Dove l’aria è rarefatta e le illusioni diventano idee.
Qualcuno, nei pub sul Tay, ha sussurrato un nome antico: Bob Shankly, fratello maggiore di Bill, l’uomo che nel 1962 portò il Dundee sul tetto di Scozia.
Forse è solo nostalgia.
O forse, davvero, sta nascendo qualcosa che solo il tempo saprà raccontare.
E il Livingston?
Ha perso, sì.
Ma ha dato battaglia. Fino all’ultimo. Con pressing, crampi, lotta.
Non è bastato.
Ma anche nelle sconfitte, si può mostrare di essere vivi.
Al Pittodrie, l’Aberdeen ha spazzato via il Kilmarnock con un 3-1 che ha fatto eco.
Un’eco che sembrava arrivare da Göteborg, 1983.
Quando un giovane Alex Ferguson alzava al cielo la Coppa delle Coppe dopo aver battuto il Real Madrid.
Non è la stessa squadra.
Ma il suono…
Il suono era simile.
E poi c’è stato Ross County – Motherwell.
2-2.
Ma l’ordine dei gol conta.
Perché il Motherwell vinceva 2-0.
Controllava. Sembrava in dominio totale.
Poi è arrivato il caos. Il gol che riapre. Il pareggio.
E poi, il nulla.
Perché da quel momento, non si è più giocato.
Crampi. Falli tattici. Interruzioni continue.
Il Motherwell ha protestato. A gran voce.
Ma il Ross County, nel fango, ci vive.
E alla fine, un punto ciascuno.
Uno pieno di rabbia, l’altro pieno di istinto.
Infine, lo St Johnstone.
Ultimi. Ultimi sempre.
Ma ieri, 0-0 contro St Mirren.
Niente gol. Niente festa. Solo un piccolo battito d’orgoglio.
Il secondo punto stagionale.
Ma non è un miracolo.
È solo il calcio che ogni tanto ti permette di respirare.
Perché anche chi è destinato a retrocedere, ha il diritto di fare rumore.
E ieri sera, tra le nebbie di Perth, quel rumore è stato un sussurro.
Ma era vivo. E basta questo.
“Dicembre non porta risposte. Le pretende,” scrive MacLeod, su un taccuino ingiallito dal tempo. “E la Scozia, quando interroga, lo fa col vento in faccia e la memoria nelle mani.”






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