C’è qualcosa di profondamente poetico nel 5-2-3. È un modulo che non urla, ma sussurra. Non invade, ma suggerisce. È il sistema degli uomini che sanno aspettare. Degli allenatori che credono nella pazienza, nel tempo che lavora sottotraccia, nei chilometri percorsi senza che nessuno se ne accorga.

Cinque dietro. Ma non sono una diga. Sono un dispositivo di ascolto. Tre centrali che non si muovono mai troppo, che si coprono a vicenda come in una coreografia minimalista. Due quinti che sono ali rientrate: esterni larghi con l’anima divisa. Difendere è il loro mestiere, ma quando possono, scappano. Scappano verso l’alto, verso il corridoio laterale, verso la possibilità.

Due in mezzo. E qui si gioca la partita invisibile. Perché sono solo due, ma devono fare il lavoro di tre, di quattro. Devono coprire, leggere, interpretare. Devono fermare e poi ripartire. Uno resta. L’altro va. O, più spesso, entrambi restano. E osservano.

Poi ci sono i tre davanti. Che in realtà sono due ali e un attore principale. Il nove. Che può essere statico, o può essere un fantasma. Se il nove viene incontro, i due esterni volano dentro. Se il nove resta lì, sono gli esterni a creare le onde, a portare via l’uomo, a trasformare il campo in un palcoscenico laterale.

Il 5-2-3 non è per chi ama il controllo ossessivo del pallone. È per chi sa che il pallone, a volte, lo puoi lasciare andare. Per chi sa che le partite si vincono nella fase di transizione. Non tanto nel contro-pressing feroce, quanto nel tempismo del recupero. Perché chi gioca col 5-2-3 sa che la palla, presto o tardi, tornerà. E quando tornerà, bisognerà essere pronti.

Non c’è spazio per i fronzoli. Non c’è tempo per le esitazioni. C’è un rigore quasi militare nel modo in cui le linee si muovono. Ma dentro quella rigidità c’è spazio per l’improvvisazione. Perché ogni recupero può essere un’epifania. Ogni contropiede, una poesia.

Il 5-2-3 – Dentro la macchina

Il punto di partenza è il blocco basso. Ma attenzione: il 5-2-3 non nasce per soffrire. Nasce per attendere. E c’è una grande differenza. Chi lo interpreta davvero bene non si rifugia dietro, ma studia. Il pallone lo si guarda con attenzione, come si guarda un nemico rispettato. E quando lo si riconquista, si attacca con la violenza della sorpresa.

FASE DIFENSIVA – La tela del ragno

La linea a cinque non è una linea: è una maglia. Tre centrali fissi, compatti, corti. I due esterni che si abbassano, ma mai del tutto. Loro sono guardiani di soglie. Devono leggere il gioco più del portatore. Anticipare lo scarico, non solo difendere l’uno contro uno.

I due mediani si muovono in diagonale, sempre. Come ombre gemelle, si coprono l’un l’altro. Se uno sale, l’altro scala. Mai nella stessa zona, mai sulla stessa linea. Devono chiudere le linee di passaggio centrali, ma anche avere il coraggio di rompere la linea e aggredire.

I tre davanti… non pressano. O meglio: pressano quando c’è l’occasione. Sono la prima linea di inganno. Portano l’avversario dove vogliono. Gli lasciano una via e poi gliela chiudono all’improvviso. Come trappole da caccia.

FASE DI POSSESSO – L’apertura del ventaglio

Il 5-2-3 si trasforma. E non in modo timido. Si apre come un ventaglio. I due quinti salgono, a volte fino a diventare ali pure. I centrali si allargano, e il centrale di difesa diventa il metronomo basso. Uno dei due mediani si abbassa a ricevere, l’altro va in appoggio.

I tre davanti cambiano natura. L’attaccante centrale può venire incontro, cucire il gioco, attirare il marcatore. Ma può anche attaccare la profondità, aprendo gli spazi per i tagli diagonali degli esterni offensivi. Non c’è rigidità, ma intercambiabilità intelligente.

E qui la chiave è la sincronia. Perché il 5-2-3 non ti dà superiorità numerica a centrocampo. Te la devi guadagnare con il movimento. Serve che un esterno offensivo venga dentro, che un interno salga, che un quinto si alzi. Serve un’idea fluida dentro un modulo rigido.

TRANSIZIONI – Il momento dell’incanto

Questo è il cuore del 5-2-3. La vera essenza. Quando recuperi palla, devi essere già pronto. Il passaggio chiave è il primo. Se sbagli quello, sei di nuovo schiacciato. Ma se il primo è pulito, allora si apre il campo.

Gli esterni d’attacco corrono larghi, i quinti seguono. I mediani danno supporto e fanno da scudo contro la transizione avversaria. Tutto si muove in avanti come un branco coordinato.

Non è solo una ripartenza. È un gesto coreografico. È la velocità che uccide, ma anche il tempismo. Il 5-2-3 vive per questo: per il momento giusto.

Antonio Conte – Il 5-2-3 come architettura verticale

Per Conte, il 5-2-3 è sistema operativo. È controllo dell’ambiente. Non è solo un modulo: è un ecosistema.

Lo ha usato alla Juve, al Chelsea, all’Inter, al Tottenham. Ma il manifesto è l’Inter 2020-21. Non era un 5-2-3 puro: in fase di possesso diventava un 3-5-2 con Hakimi e Perisic larghi, ma l’assetto base era da 5-2-3 compatto e verticale.

  • Costruzione: Bastoni e Skriniar larghi, Brozovic (regista “occulto” anche se formalmente non c’era) veniva incontro. La costruzione a tre era solida, verticale, diretta.
  • Transizioni: letali. Recupero, palla su Lukaku, che proteggeva e lanciava Lautaro o Hakimi nello spazio. Era dominio delle seconde palle e gestione degli spazi alti.
  • Esterni: Hakimi come freccia pura, Perisic più ibrido. Non solo ampiezza: accelerazione laterale.
  • Mediani: Barella-Kanté (al Chelsea), Barella-Brozovic (Inter). Erano motori e freni. Si muovevano su binari invisibili.

Conte vuole ordine difensivo e brutalità offensiva. Il 5-2-3, per lui, è una cassa di risonanza verticale. È pugno e disciplina.


Massimiliano Allegri – Il 5-2-3 come dispositivo conservativo

Allegri lo usa per controllo, non per aggressione. Il 5-2-3 è la trincea con cui si difende la razionalità del risultato.

Lo ha usato in più momenti, ma soprattutto in Champions, nella Juve che arrivò in finale nel 2017. Anche lì spesso lo si leggeva come 3-4-3, ma il principio era lo stesso: cinque per difendere, tre per tenere palla o colpire.

  • Linee strette: Barzagli-Bonucci-Chiellini dietro, con Dani Alves e Alex Sandro (che si abbassavano o salivano a seconda del bisogno).
  • Centrocampo corto: Pjanic e Khedira. Pochi tocchi, gioco semplice, niente frenesia.
  • Attacco ragionato: Mandzukic esterno a sinistra, non per saltare l’uomo ma per dare volume, Cuadrado o Dybala sull’altro lato. Il centravanti – Higuain – veniva incontro.

Allegri non ama il caos. Il 5-2-3 lo usa per tenerlo fuori dalla porta. Il baricentro si abbassa, le linee si muovono all’unisono. Si colpisce quando si può, si gestisce quando si deve.


Thomas Tuchel – Il 5-2-3 come fluido adattabile

Tuchel lo ha reso liquido. L’apice è il Chelsea campione d’Europa 2021. Un modulo nato per contenere, ma capace di trasformarsi in una macchina di dominazione territoriale.

  • Difesa a tre elastica: Rudiger-Chilwell da una parte, Azpilicueta o Reece James dall’altra. Capaci di scalare e portare ampiezza in egual misura.
  • Mediana tecnica e mobile: Jorginho e Kanté. Uno pensava, l’altro correva. Una delle migliori coppie europee in non possesso e in uscita palla.
  • Pressing organizzato: i tre davanti – spesso Mount, Havertz, Werner – erano i primi difensori. Un pressing orientato al lato, intelligente, calibrato.
  • Possesso moderno: Tuchel usava il modulo per schiacciare gli avversari nella loro metà campo. I quinti salivano, i centrali accompagnavano. Un 5-2-3 che diventava un 3-2-5 puro in fase offensiva.

Per Tuchel il 5-2-3 è adattamento dinamico. È un modulo che si piega, si deforma, si espande. Un software installato su hardware tattico di altissimo livello.


Perché oggi il 5-2-3 non è solo una scelta tattica: è una domanda aperta. È la sfida che ogni allenatore moderno deve saper affrontare.
È il modulo che non ti dà punti di riferimento. È come giocare contro il silenzio.


Spalletti – Il rispetto di chi lo teme

Luciano Spalletti non lo usa, ma lo teme. Perché il 5-2-3, contro le sue squadre, è la camicia di forza perfetta. L’ha vissuto da vicino in Serie A e in Europa. Lo ha visto neutralizzare i suoi palleggiatori, chiudere le linee di passaggio, costringere i suoi terzini a duelli fisici continui.

Per Spalletti, affrontarlo significa trovare il modo per piegare la sua rigidità senza spezzarla. Come?

  • Con un regista mobile, che esce dalla zona e porta fuori uno dei due mediani avversari.
  • Con i terzini altissimi, che obbligano i quinti a scegliere tra difesa e ampiezza.
  • E con i mezzi spazi abitati da mezzali, non da esterni: lì il 5-2-3 è vulnerabile. Lì si può creare la superiorità.

Non lo usa, ma lo studia. Lo rispetta. Come si fa con una trappola ben costruita.


Roberto De Zerbi – L’uomo che lo rompe

De Zerbi è, tra i tecnici contemporanei, uno dei più interessanti per leggere cosa accade quando il 5-2-3 viene preso a calci nella sua staticità.

Non lo usa. Ma quando lo affronta, lo destruttura. Perché lo attacca dove non c’è densità: tra le linee e nei corridoi centrali.

Contro il 5-2-3:

  • Fa salire il portiere, allarga i centrali e costruisce un 3+2 contro i tre attaccanti.
  • Chiede agli interni di venire incontro ai mediani avversari, costringendoli a uscire. Questo crea un vuoto.
  • Poi usa un terzino dentro il campo, o un falso nove che abbassa il baricentro. Asimmetria, rotazioni, pallone sempre vivo.

De Zerbi lo rompe non fisicamente, ma culturalmente. Gli cambia i connotati. Lo costringe a muoversi.
E quando il 5-2-3 si muove troppo… perde la sua forza.


Julian Nagelsmann – Il manipolatore silenzioso

Nagelsmann, invece, lo usa come travestimento. Un 5-2-3 che in fase difensiva è ordinato, ma in possesso diventa psichedelico.
Al Lipsia. Al Bayern. Ora con la Germania.

Per lui il 5-2-3 è un contenitore fluido:

  • Il centrale di sinistra può salire e diventare centrocampista.
  • Il quinto di destra può stringere e fare il trequartista.
  • Uno dei mediani può inserirsi e diventare una mezzala ibrida.

È una squadra che si costruisce in moto continuo. Il modulo è una bugia.
L’obiettivo è manipolare la struttura avversaria.
Non dominarla con la forza, ma deformarla con il dubbio.

Nagelsmann usa il 5-2-3 come una base per travestimenti tattici. Ti sembra di vedere un modulo conservativo, e invece è un ventaglio nascosto. Una serie di coltelli piegati nella tasca.

Conte lo impone.
Allegri lo custodisce.
Tuchel lo plasma.
Spalletti lo teme.
De Zerbi lo smonta.
Nagelsmann lo maschera.

E oggi il 5-2-3 è ovunque. Perché ha smesso di essere un modulo, ed è diventato un codice.
Una lingua da leggere, decifrare, reinventare.

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