Quando la terra si ribella

di Angus McCrae, cronista senza targa


In certi sabati scozzesi, la terra sembra ribellarsi.
Il cielo è basso, il vento graffia, e tutto quello che pensavi di sapere… semplicemente non conta più.

Lo si è visto subito ad Airdrie, dove i ragazzi in maglia rossa hanno preso a spallate il Dundee United di Margheritoni. Tre a zero. Senza sconti, senza fronzoli. Ho visto Margheritoni restare immobile sulla linea laterale, come se avesse perso le parole.
Il suo bel calcio, il suo taccuino di pelle, il suo teatro… tutto inutile oggi.
Alla fine, quando è passato davanti a me, ho sentito solo un sussurro:

“Oggi non siamo stati noi.”

Poco più a nord, ad Arbroath, succedeva qualcosa che in pochi si aspettavano.
MC Mauro, con il cappuccio calato sugli occhi, ha battuto il Queen’s Park di LucVac. Due a uno. Un’impresa d’altri tempi.
La gente allo stadio non ha cantato: ha urlato. Come se avessero liberato un fantasma.
E MC Mauro, alla fine, si è tolto il cappuccio, ha guardato il pubblico e ha sorriso, come a dire:

“Non dimenticatevi di noi.”
LucVac, invece, ha raccolto i suoi ragazzi senza una parola. Il suo specchio nello spogliatoio adesso riflette anche le cicatrici.

A Dunfermline, Giackson ha fatto quello che sa fare meglio: costruire cattedrali senza mattoni. Tre a zero contro l’Inverness CT, che fino a ieri sembrava invincibile.
Gli uomini di Giackson hanno giocato come chi conosce la sofferenza: senza fretta, senza paura, senza sbavature.
In tribuna, qualcuno sussurrava che Ferguson, lassù da qualche parte, avrà sorriso vedendo come si vince una partita importante senza bisogno di fuochi d’artificio.

Nel silenzio di Greenock, invece, il Morton ha sorpreso i Raith Rovers. Uno a zero. Partita sporca, lenta, difficile da guardare.
Ma anche queste sono vittorie che i padri ricordano. Quelle che puzzano di erba marcia e orgoglio.

Infine, a Glasgow, il Partick Thistle ha steso l’Ayr United. Due a zero.
Partita normale, diresti.
Eppure, mentre i tifosi del Partick cantavano e i pochi coraggiosi dell’Ayr lasciavano lo stadio, ho visto un padre piegarsi verso suo figlio e dirgli:

“Ricordati: la maglia non si lascia mai. Neanche oggi.”

Sono momenti come questi che mi fanno capire perché sono ancora qui, con il taccuino zuppo di pioggia e le mani che tremano.
In Championship si vince, si perde, si cade. Ma nessuno smette mai davvero di crederci. Perché in fondo, ogni sabato, ogni gol, ogni sconfitta…
non è solo calcio.

È eredità.
È sangue.
È famiglia.

Lascia un commento