Nuovo mister al Greenock Morton

“Greenock non è una città da cartolina. Non lo è mai stata. È un luogo di lavoro, di partenze e ritorni, di rughe scavate più dal sale che dal tempo. Qui, il calcio non è spettacolo. È identità, rifugio, qualche volta redenzione. Quando piove, e piove spesso, l’acqua si insinua tra i mattoni e le storie, ma non cancella nulla. Solo a Greenock il tempo sa essere onesto. E solo a Greenock poteva arrivare un uomo così.”

“Lo chiamano Sirtony. Ma non è un soprannome. È un tono, è una postura. È il modo in cui ti guarda prima di parlarti. Non alza mai la voce. Non ne ha bisogno. E mentre tutti cercano di insegnare il calcio, lui lo racconta. Come se fosse una storia da meritare.”

C’era un tempo in cui il calcio a Greenock si mischiava al fumo delle ciminiere e al sale del Firth of Clyde. La gente scendeva al porto con in tasca le speranze e tornava su per le strade del Renfrewshire stringendo solo le mani nelle tasche. Ma poi veniva la domenica, e per novanta minuti si dimenticava tutto. Bastava un cross ben tagliato o una scivolata rabbiosa sull’erba di Cappielow Park per sentirsi di nuovo vivi. Lì, dove oggi siede Sirtony, il nuovo condottiero del Morton, ogni passo pesa come la storia che porti dietro.

Sirtony, lo chiamano così da quando allenava i ragazzini in una periferia che il calcio l’ha sempre vissuto come redenzione e castigo. Una crasi tra il titolo che non ha mai avuto e il rispetto che si è guadagnato su ogni campo, ogni spogliatoio, ogni panchina scrostata dal vento e dalle sconfitte.

Si racconta – ma nessuno confermerà mai – che abbia rifiutato un incarico in Championship inglese per prendere il treno per Greenock, “perché lì ci sono ancora le storie”. E in effetti, bastano cinque minuti con lui per capire che il calcio, per Sirtony, non è mai stato solo risultato. È liturgia, è dolore e memoria. È quella carezza sul pallone data nel modo giusto, anche quando perdi tre a zero.

Ha scelto Morton come si sceglie una canzone triste alla fine di una serata felice. Perché c’è qualcosa di autentico, di puro, nella sfida di risollevare una squadra dimenticata dai riflettori ma non dalla sua gente. Una squadra che sa soffrire e spera con gli occhi, non con le parole.

Nel primo allenamento, Sirtony non ha parlato di moduli. Ha parlato di responsabilità. Di dignità. Di cosa significhi indossare una maglia che ha attraversato guerre, fallimenti, resurrezioni. Ha chiesto ai suoi giocatori di raccontargli il primo campo dove hanno giocato da bambini. Non per nostalgia, ma per ricordarsi chi sono, e cosa devono difendere.

C’è chi dice che voglia un calcio verticale, intenso, brutale nella sua onestà. C’è chi giura che in allenamento si alleni più lo sguardo che la tattica. Perché per Sirtony, prima ancora che i piedi, contano gli occhi: devono bruciare. Devono dire “ci credo” anche quando tutto rema contro.

E allora il Greenock Morton riparte. Con un uomo che sa di pioggia e di letture notturne, che ama le poesie di MacCaig e le diagonali strette dei suoi terzini. Con un allenatore che ha più cicatrici che medaglie, ma che ha capito come si tiene unito un gruppo: con la verità. E con un sogno che non si dice ad alta voce, perché si rischia di svegliarlo.

Sirtony non promette miracoli. Ma se ascoltate bene il vento che soffia da ovest, tra i moli e le colline, forse sentirete il suono di qualcosa che sta cambiando.

“A Greenock nessuno ti chiede di vincere sempre. Ma devi lottare. Devi farlo per la maglia, per gli spalti vuoti di mercoledì, per quel vecchio seduto alla fermata del bus con la sciarpa del Morton cucita a mano nel ’72.”

“Sirtony lo ha capito subito. E loro lo hanno capito in lui. Non ha promesso nulla. Non serviva. In certi posti, le promesse le fai solo con gli occhi.”

“Forse sarà un’altra stagione difficile. Forse no. Ma una cosa è certa: a Cappielow Park, da oggi, il silenzio ha un altro suono.”

Buona Championship Mister !

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