Un racconto dalla Scottish Championship
di Angus McCrae, cronista senza targa
“Il calcio, in certi posti, non si sceglie. Si eredita. Come una casa che cade a pezzi, ma che nessuno vuole vendere.”
Quando ero ragazzo, mio padre mi portava la domenica pomeriggio a vedere l’Arbroath. Era l’unico giorno in cui non lavorava, e forse l’unico in cui sembrava ricordarsi di avere un figlio. Ricordo ancora la sua mano sulla mia spalla, ruvida e pesante come le giornate d’inverno. Non diceva molto. Guardava il campo. E ogni tanto, se segnava qualcuno con la maglia giusta, stringeva il pugno. Non per esultare. Ma per ricordare. Quel gol non era solo un punto. Era un pezzo di lui che tornava.
Per questo oggi, a settant’anni suonati, continuo a seguire la Championship scozzese. Non per il bel calcio — che ogni tanto arriva e ogni tanto no — ma perché qui si gioca per le persone come mio padre. E come me. E forse anche come te.
Quest’anno il vento soffia da Dunfermline, ma non voglio parlare di vento. Ne parlano tutti. Io, invece, guardo Giackson. Un tipo strano. Occhi piccoli, testa sempre bassa, cammina come chi ha qualcosa da farsi perdonare. Ma allena come un architetto romano. Difesa solida, movimenti scolpiti nella pietra. Nessuno segna quanto lui vorrebbe, ma nemmeno gli avversari trovano il buco. Lo vedo a bordo campo, ogni sabato, con lo sguardo di uno che non si fida neanche della vittoria. Una volta l’ho visto rimettere in tasca un foglietto tattico senza leggerlo. “Tanto sanno già cosa devono fare”, mi ha detto. Poi ha acceso una sigaretta e non mi ha più guardato. Ha qualcosa di vecchio dentro, Giackson. Come certe radio a valvole. Ti sembra che non funzionino, ma poi partono e ti raccontano la verità. E forse è giusto così, perché a Dunfermline non si allena: si custodisce una fiamma. Qui ha cominciato anche un certo Alex Ferguson, quando era ancora solo un ragazzo con il fuoco negli occhi e la rabbia nelle scarpe. Segnava gol, tanti, e imparava a comandare. Lo stadio lo ricorda ancora. Qualcuno dice che il vecchio seggiolino in legno dove si sedeva tra primo e secondo tempo sia ancora lì, coperto da una coperta e da mezzo secolo di silenzio.
Dall’altra parte c’è il Dundee United. Giocano un calcio elegante, ma impaziente. Quasi snob, se vuoi. Margheritoni è l’allenatore, ma sembra un regista teatrale. Cammina avanti e indietro con quel suo taccuino di pelle, come se stesse riscrivendo Amleto. Il suo problema è che vuole vincere con bellezza, e la Championship non sempre lo permette. Quando ha perso col Queen’s Park — sei a due, roba da pugni al muro — è rimasto seduto per dieci minuti senza parlare. Poi ha preso il cappotto, ha guardato il cielo e ha detto: “Che peccato, avevamo detto qualcosa di bello.”
Io lo seguivo da vicino, e mi sembrava di vedere uno che aveva appena perso un’opera, non una partita.
E a proposito di Queen’s Park, c’è qualcosa da raccontare. C’è sempre qualcosa da raccontare quando arriva un uomo nuovo e cambia tutto senza dire una parola. LucVac è comparso come il vento — sì, stavolta lo dico — ma non ha portato aria. Ha portato forma. Tre partite vinte su quattro, diciassette gol segnati. Roba che nemmeno nei pub ci credono. Ma quello che ha fatto davvero è stato guardare i suoi giocatori negli occhi. Nessun discorso epico. Solo uno specchio nello spogliatoio, appeso dove prima c’era lo stemma.
“Guardatevi. La squadra siete voi.”
Da quel giorno segnano come se dovessero recuperare anni di silenzio.
A Raith Rovers, invece, c’è un generale. Si fa chiamare Saurus. Nessuno sa da dove venga quel nome, ma nessuno glielo chiede. Una volta ha detto che glielo diede suo padre perché da bambino non sorrideva mai. I suoi giocatori non sorridono neanche ora. Ma vincono duelli, recuperano palloni, e segnano appena basta. Sembra che ogni partita sia una marcia nel fango. Ho provato a intervistarlo una volta, dopo un pareggio grigio e duro contro Arbroath. Mi ha risposto:
“Il pareggio è una parola. Noi oggi abbiamo vinto la fatica.”
Poi ha stretto la mano al suo mediano come fosse tornato dalla guerra.
A Arbroath, invece, si suona una musica diversa. Lì il vento non fischia: canta. E il coro lo dirige MC Mauro, calabrese, venuto dal sud del mondo con la voce roca, i sogni in tasca e il cuore pieno di mare. Nessuno sa bene cosa ci faccia un uomo così in Scozia. Ma nessuno glielo chiede più. Perché ad Arbroath, dopo un po’, smetti di farti domande. Ti metti il cappello, ti siedi in panchina e guardi che succede.
Lui entra sempre con le cuffie, il cappuccio tirato su, e quel passo strano da uomo che ha ballato con la vita. Dicono ascolti rap, altri dicono pizzica. Io una volta l’ho sentito cantare piano una strofa di Rino Gaetano sotto la pioggia. Poi ha sorriso.
“Ogni tanto la nostalgia serve per stare calmi.”
Il suo Arbroath è un enigma: segna poco, subisce troppo, ma non cade mai per davvero. Gioca a intermittenza, come un jukebox vecchio: ogni tanto salta una traccia, poi parte un gol da cineteca. Nessuno capisce come. Nemmeno lui, forse. Ma i ragazzi lo seguono. Lo guardano come si guarda un fratello maggiore che ha sbagliato tutto ma ti salva sempre all’ultimo.
Una volta, dopo una sconfitta brutta, in conferenza stampa gli chiesero se non fosse troppo latino per questo campionato.
Lui rise, accarezzò il microfono e disse:
“In Calabria si gioca a pallone in mezzo alla polvere, con le ginocchia sbucciate. E qui in Scozia, se chiudi gli occhi, sembra lo stesso. Voi avevate Gattuso, no? Io sono solo una versione più romantica.”
E gli scozzesi, che ricordano bene quel Gattuso lì, quello col cuore da guerriero e le vene che pulsavano come tamburi, hanno capito. Non tutti lo dicono ad alta voce. Ma nei pub, tra una pinta e una bestemmia sottovoce, qualcuno mormora:
“Quel Mauro… c’ha dentro lo stesso fuoco.”
E poi ci sono loro. I tifosi. Quelli veri. Quelli che non si spostano. Che si mettono la stessa sciarpa da vent’anni, che ricordano ancora i gol del ’93, che fischiano solo se sanno che puoi fare di più. Sono loro che tengono viva questa Championship. Sono loro che trasmettono la fede.
E sono loro che, alla fine, mi fanno tornare ogni settimana con il taccuino in tasca e la biro mezza scarica.
Perché questo campionato, questa lega minore, questo mondo in bianco e nero…
non è un gioco.
È un’eredità.
E come tutte le cose ereditate, non sempre la capisci.
Ma la porti con te.
Fino alla fine.






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