Il punto, il capitano e il ragazzo coi guanti tagliati
Ottobre, pioggia a Perth

C’è una tristezza sottile che si posa su Perth, come la brina del mattino sui sedili vuoti del McDiarmid Park. Non è solo freddo: è rassegnazione. Dopo nove giornate, il St. Johnstone ha raccolto un solo punto. Ultimi. E non per caso.

Cammino lungo la statale che porta allo stadio. Nessuno ha fretta. I pochi che arrivano lo fanno col capo chino, gli occhi puntati a terra, come se anche guardare l’impianto potesse far male. Ho visto più entusiasmo ai funerali del villaggio. Ma anche più dignità.

Una volta, i Saints alzavano coppe. Non è passato un secolo, ma oggi sembra un’altra era. Oggi si resiste. Si spera in un pareggio, in una rete sporca, in qualcosa che spezzi il silenzio.

Eppure, tra il grigio e il fango, ci sono ancora figure che tengono viva la brace sotto la cenere.

Un vecchio tifoso mi si è avvicinato vicino al tornello: “Abbiamo un punto. Uno. Ma io sono venuto lo stesso. Perché se smetto io, allora smettono tutti.” E se n’è andato zoppicando, col berretto calato sugli occhi e una sciarpa sfilacciata che sapeva di altre stagioni.

A Perth non si sogna più. Si resiste. Si spera in un pareggio, in una rete sporca, in qualcosa che spezzi il silenzio. L’ultima posizione non è una sentenza. È una condizione dell’anima.

Ma tra questi muri che odorano di pioggia e silenzio, qualcuno ancora si alza ogni giorno con qualcosa in cui credere. Lo chiamano Big Liam. Non per il fisico – che ormai tradisce gli anni – ma per il peso che ha negli spogliatoi. Liam Gordon è uno degli ultimi a pensare che il St. Johnstone non sia solo una maglia da indossare, ma un’identità da difendere.

Cresciuto qui, con la voce del nonno che gli raccontava di battaglie sul campo e tribune di legno, Gordon è il capitano di una nave che imbarca acqua da ogni parte. Ma lui resta. Sempre. Anche quando il mare è nero.

L’ho visto all’uscita dal campo dopo l’ennesima sconfitta, i capelli ancora bagnati, il volto scavato. Non ha parlato ai giornalisti. Ha parlato con un bambino. Si è chinato, gli ha dato la mano e ha detto: “Ci rialziamo, wee man. Sempre.” Poi è sparito negli spogliatoi.

Liam Gordon

E poi c’è Tormento. Non è il suo nome, ma è quello che tutti usano. Lo portano sulle labbra come una sentenza, come un soprannome che sa di condanna. Non si sa se gliel’hanno dato i giornalisti o i fantasmi che si porta dentro. Ma gli sta cucito addosso.

È arrivato quando nessuno voleva più sedersi su quella panchina. Ultimi, un punto in nove giornate, l’anima svuotata come uno spogliatoio dopo una retrocessione già scritta. Ma lui ha detto sì. Non per orgoglio, né per sfida. Per una forma oscura di necessità.

Tormento non parla molto. Quando lo fa, sembra masticare pietre. Le sue conferenze stampa sono un esercizio di resistenza per i cronisti. Frasi brevi, sguardo basso, voce cavernosa. Ma non mente mai. E questo, in tempi di plastica e frasi fatte, è quasi rivoluzionario.

Una volta, dopo una sconfitta in casa, gli chiesero se fosse deluso dai suoi. Rispose: “Non ancora. Perché non ho mai chiesto nulla che non potessero dare.”

L’ho visto seduto sugli spalti vuoti, mentre pioveva. Niente quaderno, niente telefono. Solo lui, il campo, e una giacca troppo leggera per quel vento. Guardava i ragazzi dell’Under 18. Non per cercare un salvatore. Ma per ricordarsi com’era prima del disincanto.

E tra quei ragazzi, c’era uno che spiccava. Si chiama Kodi McKinstray. Ma per adesso, nessuno lo chiama così. In molti lo chiamano solo “il ragazzo coi guanti tagliati”. Corre con le mani gelate, il naso rosso, la faccia da scuola media. Ma quando ha il pallone tra i piedi, qualcosa cambia.

Gioca mezzala. Tocco secco, testa alta, passo corto, pensieri rapidi. Non fa tunnel, non chiede like. Semplicemente: c’è. E in una squadra che affonda, il solo fatto di esserci conta più del resto.

Tormento lo guarda sempre. Non gli dice nulla. A volte gli passa accanto e gli dà una pacca sulla spalla. È un linguaggio. Un patto. Il ragazzo lo ha capito.

Kodi, mezzala. Il “ragazzo coi guanti tagliati”. Piede pulito, pensieri rapidi. Uno che non si fa notare fuori, ma cambia le partite dentro. È cresciuto due chilometri più in là, figlio di un operaio e di un sogno. È entrato in campo a partita già persa, ma ha giocato come se ci fosse tutto da conquistare. Ha fatto due giocate da veterano. E Tormento, per la prima volta, ha annuito.

Kodi McKinstray

MacLeod – il vecchio cronista, voce narrante di tutto questo – ha scritto un cerchio attorno al suo nome.

E alla fine del suo taccuino, ha lasciato spazio a qualcosa che va oltre la sconfitta, oltre l’ultimo posto, oltre il fango.

“Forse è vero: siamo ultimi. Ma finché Tormento crede, finché Big Liam resiste, finché Kodi corre… allora non è finita. E se c’è una parola che può salvarci, allora è questa:

Rialzarsi. Insieme.”

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