“Ci sono posti dove il calcio non è uno sport.
È un giuramento.
E Kilmarnock è uno di questi.”
Una sera di luglio.
Di quelle in cui il cielo è troppo basso per sognare.
Il vento taglia la pelle. Il Rugby Park è una cattedrale vuota di speranza.
Il Falkirk arriva, segna sei volte, se ne va.
Sei gol. In casa. In apertura di stagione.
Uno dice: finisce qui.
Ma Kilmarnock non finisce mai davvero.
Arriva la Coppa, quella che ti illude.
Un 3-1, un 1-0, un 4-1.
Poi, Dundee.
Non è solo un avversario.
È uno specchio.
Lì, qualcosa cambia.
Si vince 3-2, ma non è solo il risultato.
È lo sguardo di chi ha capito che può ancora combattere.
“Ogni squadra ha una partita che le salva l’anima.
Per il Kilmarnock, fu quella contro il Dundee.”
Si passa il turno.
Si esulta piano, come chi non osa crederci del tutto.
Il Rugby Park ricomincia a respirare.
Ma il calcio, in Scozia, è un animale che non dimentica.
Quando il Dundee torna, un mese dopo, lo fa con gli occhi pieni di vendetta.
Quattro a zero.
Una sentenza.
Un’umiliazione.
Un crollo.
E da lì, il baratro.
“Il problema non è quando perdi.
È quando cominci a pensare che quella vittoria sia stata un errore.”
Ogni partita si somiglia.
Motherwell che non segna, Hibernian che ruba punti, St. Mirren che diventa un incubo ricorrente.
E la Coppa, che un giorno sembrava salvezza, diventa tomba.
Fuori.
A casa.
Quarti di finale.
Ancora St. Mirren.
Ancora dolore.
Il manager — che non è un eroe, né un martire — siede in silenzio a guardare i suoi ragazzi.
Li vede sbagliare passaggi facili, abbassare lo sguardo, aspettare l’arbitro come se fosse un boia.
E si chiede:
“Quando li ho persi?”
Ma non molla.
Perché c’è una cosa che neanche il vento dell’Ayrshire può portare via:
la testardaggine.
Poi arriva il Celtic.
Celtic Park è un tempio.
Una trappola di bellezza e potere.
Il Kilmarnock cade ancora, 3-0, sotto gli occhi di 55.000 spettatori.
Ma quella sera, per la prima volta da settimane, nessuno si arrende.
Non ci sono sorrisi, non ci sono strette di mano.
C’è solo silenzio.
E nel calcio scozzese, quando uno spogliatoio tace…
è perché ha deciso di ricominciare.
“Le grandi rinascite non cominciano con un gol.
Cominciano con un’idea.”
E allora si cambia.
Si lavora.
Si prepara.
Dunblane Thistle sarà solo un’amichevole.
Ma forse sarà il fuoco sotto la cenere.
E poi Livingston.
E poi Aberdeen.
E poi dicembre, col suo buio lungo, con i suoi campi ghiacciati.
Ma stavolta…
qualcosa è diverso.
Il Kilmarnock ha perso sé stesso.
Ha smarrito la voce, il passo, la fede.
Ma il calcio scozzese ha una regola non scritta:
“Puoi affondare quanto vuoi.
Ma se hai il cuore… puoi sempre tornare su.”
E forse, proprio adesso,
mentre il cielo sopra Rugby Park si fa più scuro,
qualcuno laggiù — in quella città dimenticata dalle copertine —
sta preparando la più imprevedibile delle vendette.
“Il Kilmarnock è a terra.
Ma non resterà lì.
Perché questa, signori, non è una stagione.
È l’inizio di una leggenda.”






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