Scozia. Fine settembre.
C’è un vento, in Scozia, che non si limita a soffiare.
Taglia. Fruga. Scompiglia.
È un vento che ha memoria, e sa riconoscere chi ha il coraggio di affrontarlo e chi, invece, ne viene travolto.

Sette giornate sono passate. Sette capitoli di un romanzo che cambia tono a ogni pagina. E ora, in cima a quella lunga strada che serpeggia tra stadi, piogge sottili e cori che sembrano preghiere, ci sono loro: i Rangers.

Non hanno incantato, no. Ma hanno fatto qualcosa di più importante: non hanno mai perso. Come quei pugili silenziosi che non cercano il colpo del KO, ma che dopo ogni round si ritrovano ancora in piedi, sempre un passo avanti. A Glasgow, la metà blu della città osserva senza dire troppo. Ma dentro, lo sa: questa potrebbe essere la stagione della concretezza.

A inseguire, c’è chi ha imparato a colpire con l’eleganza di un maestro di spada. Gli Hearts hanno l’odore del ferro e del vino rosso, il colore della battaglia. Segnano con una facilità quasi irriverente. Ogni pallone è una possibilità. Ogni azione, una danza tra la bellezza e la brutalità. Non amano aspettare. Non cercano il consenso. Vogliono solo vincere.

E poi c’è il Celtic, che non gioca: fluttua.
Il pallone tra i piedi dei biancoverdi non è mai solo un pallone. È un’idea. Un progetto.
La partita diventa un poema circolare, una spirale ipnotica fatta di passaggi precisi e movimenti disegnati con la mano ferma di un calligrafo.
Ma anche la bellezza, a volte, ha bisogno di sporcarsi le mani. Di tirare fuori i denti. E la domanda aleggia nell’aria come il profumo dell’erba bagnata: questa squadra sa soffrire? O balla solo quando la musica è dolce?

Più in basso, tra sogni e inquietudini, c’è il Dundee.
Una partenza ruggente, come un cavallo lanciato nella nebbia. Poi il rallentare, i primi dubbi, le prime domande scomode.
C’è del talento, sì. C’è anche organizzazione. Ma c’è qualcosa che non si vede, che non si afferra. Forse un’identità che ancora si nasconde.
È una squadra che può salire. Ma anche scomparire, se non trova subito la strada.

E mentre i riflettori si dividono tra Glasgow ed Edimburgo, qualcuno avanza nell’ombra.
Il St Mirren, per esempio.
Pochi titoli. Nessun proclama. Solo silenzio, lavoro, sudore.
È la squadra di chi ha capito che non servono fuochi d’artificio per costruire qualcosa di vero. Basta crederci ogni settimana, anche quando nessuno ti guarda.

All’Easter Road, invece, è tornato il sorriso.
Dopo un inizio incerto, l’Hibernian ha ritrovato il ritmo, e il pubblico ha ritrovato la voce.
Ogni vittoria è una scintilla, e adesso il fuoco verde comincia davvero ad ardere. Non sarà semplice, non sarà veloce. Ma da queste parti, la pazienza è virtù antica.

Poi c’è la zona grigia, dove abitano le squadre che galleggiano.
Ross County, Aberdeen, Motherwell
Squadre che non sai mai se stanno per risalire o se stanno solo cercando di restare a galla.
Ci sono partite vinte per orgoglio, e partite perse per paura. Un limbo fatto di sguardi che si incrociano nello spogliatoio, senza avere una risposta da dare.

E infine c’è il buio.

Kilmarnock, Livingston, St Johnstone.
Qui non si parla di classifica. Si parla di silenzi. Di occhi bassi. Di domeniche in cui il pallone pesa il doppio, e le gambe la metà.
Qui si comincia a sussurrare la parola che tutti evitano: crisi.
Ma in Scozia, anche chi è all’ultimo posto può risalire. Basta un gol. Basta un episodio. Basta crederci.

Perché questo è un campionato che non ama le previsioni.
È un torneo in cui l’aria cambia in un secondo, in cui la pioggia arriva da un momento all’altro, e con lei i ribaltoni.
Chi oggi è primo, domani può cadere.
Chi oggi è perduto, domani può brillare.

Sette giornate sono solo l’inizio.
Ma il vento di Scozia ha già sussurrato qualcosa:
qui, la gloria va conquistata. E il tempo non aspetta nessuno.

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